A settembre rivive la Badia di San Gemolo a Ganna

Ogni anno, a settembre, alla Badia di San Gemolo, a Ganna, si tiene l’appuntamento culturale “Musica, parola e suggestioni visive”, che presenta un intenso programma di concerti, mostre, conferenze e canto, promosso dall’Associazione Amici della Badia di San Gemolo in Ganna.

Quest’anno, con la mostra “Perdere la testa”, 28 artisti, alcuni dei quali già ben noti nel settore, come Silvio Monti, Mariuccia Secol e Paolo Borghi, rileggono la leggenda di San Gemolo, che ogni artista racconta in base alla propria esperienza, interpretandola con stili diversi per significati, simbolismi, intenzioni metaforiche, come in tecniche, linguaggi espressivi, applicazioni cromatiche, registri.

Eventi che fanno rivivere uno dei tanti gioiellini nascosti del Varesotto com’è questa Badia millenaria, spesso dimenticata dai grandi giri turistici e fuori anche dai percorsi minori ed è un vero peccato, perchè questo luogo trasuda storia e pace.

San Gemolo e la sua leggenda sono all’origine della fondazione della Badia, avvenuta nell’alto Medioevo.

La leggenda racconta che, nel 1047, il giovane diacono Gemolo, che stava accompagnando uno zio vescovo in pellegrinaggio verso Roma, fu decapitato sulle rive del Lago di Ghirla da un gruppo di briganti che lo prese in giro sulla sua fede.

Subito dopo avvenne un fatto prodigioso, Gemolo cavalcò dopo l’uccisione portando in mano la sua testa e si fermò infine presso un colle o, secondo un’altra versione, presso una chiesetta dedicata a San Michele, che si trovava poco lontano dal borgo di Valganna.

Dopo la sua sepoltura, il luogo fu al centro di molti miracoli, che condussero in poco tempo alla sua santificazione, avvenuta nell’XI secolo.

La fondazione dell’abbazia risale all’ultimo decennio dello stesso secolo, come racconta lo storico milanese Goffredo da Bussero alla fine del Duecento, quando dice che, dopo una battuta di caccia compiuta in Valganna da tre canonici del Duomo di Milano, questi decisero di passare la notte in una “paupercula ecclesia” edificata sul luogo della sepoltura di Gemolo, per poi poco tempo dopo fondarvi un ospizio monastico, che ottiene ampi privilegi da parte dell’arcivescovo milanese Arnolfo II.

Grazie alla posizione strategica del luogo e alla protezione degli arcivescovi ambrosiani, la comunità benedettina insediata a Ganna ottenne notevole potere e un’ampia giurisdizione sul territorio circostante, diventando una piccola signoria monastica, con il permesso della potente abbazia benedettina di Fruttuaria, legata alla corrente di riforma cluniacense.

Inoltre la presenza dei monaci divenne il punto di riferimento di una civilizzazione del territorio circostante, grazie a opere di bonifica, dell’ampia zona paludosa che circondava la proprietà, ampliarono l’area coltivabile e canalizzarono il vicino lago di Ganna. Quello che resta ora dell’antica zona paludosa, oggi è un’area protetta d’interesse Comunitario dove è possibile l’osservazione di numerose specie di volatili, anfibi e non solo.

La crescente importanza dell’abbazia, che tra il XII e il XIV secolo si consolidò come uno fra i più importanti insediamenti monastici prealpini, è visibile grazie all’espansione dei suoi possedimenti patrimoniali, che si allargarono da Valganna a Bisuschio, da Valmarchirolo a Malnate, dalla Valtravaglia al Lago Ceresio.

Le fortune di San Gemolo cominciarono a declinare verso la seconda metà del Quattrocento, quando la Badia di Ganna, come la maggior parte dei monasteri benedettini, divenne una commenda, istituto che prevedeva l’assegnazione del beneficio ecclesiastico a un funzionario di nomina pontificia, di frequente estraneo alle comunità e alle loro esigenze.

L’estensione delle sue proprietà rendeva l’abbazia molto interessante per la famiglia Sforza, che ottenne la commenda, mantenendola tra alterne vicende per circa mezzo secolo.

Quando la Commenda di Ganna venne ereditata dal cardinale Giovanni Angelo Medici, nel 1542, del priorato, sopravvivevano ormai le sole strutture materiali e un patrimonio fondiario esteso, ma poco redditizio per la sua natura montuosa e boschiva.

Il cardinale donò San Gemolo all‘Ospedale Maggiore di Milano nel 1556, che a sua volta si disfò dei beni della Badia nella prima metà dell’Ottocento, per poi vendere a privati anche gli stabili nel 1894.

Come conseguenza le antiche strutture del priorato furono usate per un improprio uso abitativo e parte di esse fu addirittura trasformata in manifattura.

Solo con l’acquisizione di una porzione della proprietà da parte dell’Associazione degli Amici della Badia di San Gemolo, fondata nel 1971, venne cominciata la lunga e gravosa opera di restauro del monumento, che fu ceduto nel 2000 alla Provincia di Varese, che ha proseguito fino ad oggi il recupero dell’abbazia.

Il potere feudale della Badia era ben evidenziato dalla sua architettura, fortificata attraverso spesse mura e alcune torri, che sono andate distrutte nel corso della storia.

L’impianto del cenobio, con il chiostro situato a lato della chiesa, che mette in collegamento le diverse parti del monastero, è tipico della prassi costruttiva benedettina.

All’epoca romanica risale la costruzione della chiesa abbaziale (consacrata nel 1160), del campanile e del chiostro pentagonale, la cui struttura poderosa è alleggerita al pianterreno dal tradizionale loggiato.

La sua pianta pentagonale è pressoché inedita e resta oscuro se sia stata cosi fin dalle origini o se si sia adeguata alle varie modifiche della struttura abbaziale, è stato anche ipotizzato che il chiostro fu concepito in analogia alla conformazione naturale del luogo, situato all’interno di una biforcazione della valle.

Inizialmente formato da un solo piano, il chiostro venne sopraelevato dai monaci probabilmente in epoca assai antica, poiché l’accresciuto carico strutturale ne causò il parziale crollo, cui seguì la ricostruzione attualmente visibile, con le colonne e i capitelli in cotto, che sostituirono quelli istoriati di epoca romanica.

I corpi esterni dell’abbazia avevano le foresterie, evidenziando la preminente funzione di ospitalità di pellegrini e mercanti lungo le vie transalpine, in cui Ganna era un importante punto di sosta e presidio del territorio, ruolo che la rese nel Medioevo, in particolare nel XIV secolo, potente e contesa.

Tra le porzioni più antiche del complesso c’è il corpo della torre campanaria, massiccio ma non privo di raffinatezze, con gli angoli sottolineati da conci angolari lisci e di dimensioni maggiori rispetto alle pietre e ai mattoni, marcate, nella parte centrale del fusto, da due cornici di archetti ciechi in pietra, mentre il campanile è addossato alla facciata della chiesa, rifatta in epoca barocca.

L’interno della chiesa è diviso in tre navate, realizzate, a giudicare dall’adesione a linguaggi architettonici diversi, infatti, se quella centrale ha una volta a botte, quelle laterali sono coperte da volte a crociera, mentre i resti di affreschi databili tra il XIII e il XV secolo ricordano la passata importanza della Badia.

Anche il deambulatorio del chiostro ha il segno di analoghe stratificazioni, tre lati presentano archi a sesto leggermente acuto poggianti su pilastri ottagonali in cotto, mentre gli altri due sono probabilmente frutto di rifacimenti seicenteschi.

La Badia di Ganna, tra le tante cose, è stata anche lo sfondo scenografico, per una produzione cinematografica francese “La grande Cabriole”, kolossal in 4 puntate, girato nel 1989, mai distribuito in Italia; tra gli altri recitava Fanny Ardant. Nella finzione, un’ala del complesso era diventata un piccolo borgo della Francia post-rivoluzione d’inizio 800.

Pubblicato su: http://www.labissa.com 

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