Paolo Valera Un comasco contro

Paolo Valera nacque a Como il 18 gennaio 1850, suo padre era un venditore di zolfanelli e la madre una cucitrice, giovanissimo partecipò alla campagna del Trentino del 1866 nel gruppo dei volontari garibaldini.

Successivamente iniziò a dedicarsi al giornalismo scrivendo su La farfalla, fondò e diresse periodici come La plebe, dove a puntate pubblicò Milano sconosciuta con lo pseudonimo di Caio e in seguito il romanzo La folla.

In poco tempo lo scrittore si rivelò come uno tra i più incisivi rappresentanti della scapigliatura democratica, con posizioni ispirate alle idee della Comune parigina, grazie all’amicizia con Amilcare Cipriani, il garibaldino che prese parte al movimento parigino.

Tra i suoi romanzi e saggi si ricordano Milano sconosciuta (1879), Gli Scamiciati (1881), Amori bestiali (1884), La folla (1901), La sanguinosa settimana del maggio ’98 (1907), I miei dieci anni all’estero (1925) e la traduzione di Quo Vadis?

La narrativa di Valera è fitta di vicende forti e a fosche tinte, con clamorosi colpi di scena e un’analisi sociale dei bassifondi milanesi, che erano visti nella letteratura del naturalismo come un mezzo per la denuncia sociale, tramite la rappresentazione spesso violenta e colorita delle classi più umili e oppresse.

Secondo Benedetto Croce, Valera era un narratore superficiale e grezzo, molto più interessanti sono le testimonianze, le memorie, le pagine di polemica politica.

Lo scrittore subì numerosi processi per diffamazione, e in seguito a quello legato a Emma Allis, ex amante di Vittorio Emanuele II, fu condannato a tre anni di reclusione e dovette vivere in esilio a Londra per quasi un decennio (1888-1898).

Ritornato in Italia, fu arrestato durante la repressione antipopolare di Bava Beccaris del maggio 1898 e poi trattenuto in prigione con l’accusa di aver sobillato il popolo.

Dopo essere stato assolto al processo, nel clima politico dell’Italia giolittiana, Valera visse ritirato dedicandosi a opere di storia, alle proprie memorie e negli ultimi anni al saggio Mussolini, redatto subito dopo il delitto Matteotti, che fu al centro di un provvedimento di sequestro da parte del gerarca Giampaoli.

Ciò causò anche l’espulsione di Valera dal partito socialista “dopo quaranta anni di tessera”, come disse lo scrittore in una lettera alla direzione del partito dove invocava il diritto a essere processato dallo stesso.

Paolo Valera morì a Milano, povero e abbandonato da tutti, il 1 maggio 1926.

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