Spie e spioni: domande ad Andrea Carlo Cappi

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Andrea Carlo Cappi, nato a Milano l’8 settembre 1964, ha scritto una cinquantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, collaborato a sceneggiature di fumetti e fiction radiofonica, curato antologie e collane per numerose case editrici.

Molti suoi romanzi e racconti fanno parte dell’universo thriller-spionistico Kverse, pubblicato dai periodici Segretissimo e Giallo Mondadori, con quattro personaggi ricorrenti, l’italiano Carlo Medina, killer professionista, protagonista di tre romanzi e numerosi romanzi brevi e racconti, la spagnola Mercy “Nightshade” Contreras, contractor per servizi segreti di vari paesi, protagonista di dieci romanzi e vari racconti e romanzi brevi, lo spagnolo Toni “Black” Porcell, detective privato senza licenza, protagonista di due romanzi e un serial online e Rosa “Sickrose” Kerr, killer boliviana apparsa nella serie Agente Nightshade e in un racconto autonomo.

Ha creato personaggi come il Cacciatore di Libri, detective milanese bibliofilo, con un ciclo di racconti e romanzi, dove si alternano giallo e fantastico, spesso con elementi umoristici,e padre Antonio Stanislawsky, agente speciale del Vaticano del futuro, tra fantascienza, giallo d’azione e horror, apparso in un ciclo di romanzi brevi e vari racconti editi in una decina di antologie.

Come saggista si è occupato delle tecniche di scrittura e aspetti della narrativa di genere, di delitti e spie celebri, e di cinema e ha tradotto numerosi autori come Arthur Conan Doyle, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Erle Stanley Gardner, Ian Fleming, Jeffery Deaver, Douglas Preston & Lincoln Child, Clive CusslerJames Patterson e, dallo spagnolo, romanzi di Matilde Asensi, Miguel Barroso, Paco Ignacio Taibo II, Pedro Casals, Andreu Martín.

Autore, presentatore e ospite di programmi radio e televisivi, Cappi è anche organizzatore e conduttore di eventi letterari e presentazioni di libri.

Come si definirebbe?

Un “narratore di genere”, non vincolato a un unico genere. Di sicuro è più nota la mia produzione noir-spy, ma nel 2018 ho avuto il piacere inaspettato di ricevere il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy con La Donna Leopardo, una storia di Martin Mystère che a sua volta è una fusione tra generi diversi.

 In che modo è arrivato all’arte dello scrivere spy story e noir?

Ho sempre sentito il bisogno di immaginare storie. Tra i sei e i sette anni ho visto al cinema il mio primo 007, il mio primo Hitchcock e il mio primo spaghetti western, e ho cominciato a leggere Salgari e Diabolik. In quel periodo ho deciso che quelle erano le storie che volevo raccontare. Non ne ho ancora scritte di pirati o cowboy, ma c’è qualcosa di entrambi i generi in molto di ciò che scrivo.

 Nei suoi personaggi c’è qualcosa di lei?

Sempre, indipendentemente dal sesso, dal colore e dal comportamento. I miei protagonisti sono tanti possibili “me” alternativi, incarnati in corpi immaginari e con esperienze diverse dalle mie. Spesso capita anche con personaggi secondari. Cerco di immettere in tutti qualcosa di reale – un confitto, una passione, una paura – per renderli più credibili, ed io sono il soggetto più vicino da cui copiare. Ma anche quando lavoro su consolidati personaggi altrui, come Diabolik o Martin Mystère, vado alla ricerca di quanto posso avere in comune con loro e lo uso per stabilire un meccanismo d’identificazione, per “diventare” loro nel momento in cui ne scrivo.

 Come si documenta per i suoi romanzi?

Per quanto riguarda le storie di spionaggio, da adolescente ho cominciato a tenere un archivio di ritagli su vicende reali, che poi è diventato una vasta biblioteca, dando origine al mio saggio Le grandi spie. Oggi ho un metodo di lavoro non molto diverso da quello degli analisti dei servizi segreti: non a caso ho parlato dell’ISIS già in un romanzo uscito nel dicembre 2013, quando era ancora quasi ignota. In generale faccio ricerche incrociate attraverso libri, giornali e Internet su temi e luoghi che faranno parte della storia. A volte, viceversa, la storia nasce proprio da una scoperta nel corso di una ricerca. Quando devo ambientare qualcosa in un luogo in cui non sono mai stato, oltre a cercare testimonianze dirette, mi servo della StreetView di Google Maps per muovermi nelle strade e vedere cosa vedranno i miei personaggi.

In che modo si è approcciato al mondo di Diabolik?

Con assoluto rispetto, innanzitutto. Anche se ho messo i personaggi in qualche situazione inaspettata, non ho mai tradito le regole delle sue creatrici, le sorelle Giussani. Ho scelto l’epoca delle prime storie che ho letto, a cavallo tra anni ’60 e ’70, e ho usato auto, tecnologia e scenari di allora, quasi come se fossero romanzi storici. Ma soprattutto ho raccontato i personaggi com’erano a quel tempo: Diabolik con il suo lato gelido non ancora temperato dalla vicinanza di Eva Kant, Eva (cui ho dedicato un romanzo come protagonista assoluta) che cominciava ad affermare la propria parità.

 C’è uno scrittore in particolare che ha influenzato il suo stile?

Tantissimi. Ho assorbito molto da quasi tutti quelli che ho letto e ho imparato parecchio dagli autori che ho tradotto. Posso citare un mio amico da poco scomparso, Andrea G. Pinketts, proprio perché non ha influenzato il mio stile, ma i miei obiettivi: come lui stesso ha colto, i libri che più mi rappresentano sono quelli di Toni Black, che sono una sintesi di hardboiled americano e novela negra spagnola, ma hanno più degli altri qualcosa di unicamente mio.

 Tra gli scrittori di James Bond, dopo Fleming, qual è il migliore secondo lei?

Fino a metà degli anni Novanta avrei detto Kingsley Amis, che firmò come “Robert Markham” l’ottimo Il colonnello Sun, che ho ritradotto nel 2014. Ma dal 1997 cominciai a tradurre Raymond Benson, notevole scrittore di suo, che con Tempo di uccidere ha raggiunto l’apice. Di fatto ha ripreparato il pubblico all’approccio più noir dei film con Daniel Craig. Non ho ancora letto i nuovi romanzi di Horowitz, che molti fan mi chiedono di tradurre… ma non dipende da me. Spero di avere presto modo di occuparmene.

 Com’è arrivato a collaborare per il saggio su Biagio Proietti?

Da una lunga amicizia con Biagio, cominciata e continuata tra i vari festival in cui ci ritroviamo come ospiti. Approfitto dei momenti liberi per farmi raccontare dei suoi lavori, che sono parte della nostra memoria. Ricordavo soprattutto Dov’è Anna?, essendo stato uno dei 24 milioni di italiani che lo seguivano a ogni puntata. Mentre Coralba era stato trasmesso quando ancora andavo a letto dopo Carosello ed ero riuscito a vederne giusto la sigla iniziale nel porto di Amburgo: a lungo infatti ho creduto che “Coralba” fosse il nome di un’imbarcazione. Dopo che finalmente riuscii a vederlo in dvd e a scoprire cosa fosse Coralba, ho ambientato ad Amburgo un racconto di spie intitolato Coralba Club, con un personaggio che somiglia a Biagio. Dato che Stefano Di Marino, Enrico Luceri e io abbiamo scritto saggistica su cinema e televisione, è stato naturale che collaborassimo tutti al libro di Mario Gerosa sul comune amico. Biagio e io lo presenteremo presto insieme a un incontro del ciclo “Monsieur Le Pop” a Marina di Andora.

 Quali sono i suoi sogni nel cassetto?

Dato che faccio già il mestiere che desideravo, il vero sogno è riuscire a farlo… in pace, non più costretto da ritmi da 130-140 ore settimanali per consegnare centinaia di pagine di traduzioni all’anno e fare altre mille cose. Così potrei dedicarmi alla ripubblicazione di miei vecchi titoli fuori commercio e, possibilmente, a edizioni in inglese e spagnolo. Ma soprattutto potrei recuperare il mio tempo libero, che ho esaurito pressappoco nell’autunno del 1998.

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