Vivere di calcio: domande a Pierluigi Allotti

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Pierluigi Allotti, giornalista e studioso di storia contemporanea, negli ultimi anni ha scritto Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (1922-1948) (2012) e Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell’Italia contemporanea (2017), pubblicati da Carocci, sul delicato legame tra stampa e potere nell’Italia di ieri e oggi.

In Andare per stadi, edito nella collana Ritrovare l’Italia di Il Mulino, il giornalista racconta la storia dell’Italia dal punto di vista degli stadi, simbolo del calcio di ieri e oggi.

Dallo Stadium, l’arena inaugurata a Torino nel 1911, allo Juventus Stadium, aperto, sempre a Torino, nel 2011, nell’arco di un secolo il calcio italiano ha vissuto momenti epici e tragici.

Tra questi la vittoria dell’Italia ai mondiali del 1934, i trionfi del Grande Torino, lo scudetto del Cagliari di Gigi Riva e quelli del Verona di Bagnoli e del Milan di Sacchi, oltre alla drammatica morte del tifoso laziale Vincenzo Paparelli in un derby Roma – Lazio del 1979, e il Totonero, primo grande scandalo calcistico che nel 1980 portò in manette diversi giocatori.

Teatro di queste vicende gloriose e meno gloriose sono i principali stadi d’Italia, raccontati in un tour insolito ma illuminante per capire quel rapporto totale che unisce da sempre gli italiani al calcio.

Come si definirebbe?

Io sono un giornalista e uno studioso di storia contemporanea. Mi guadagno da vivere lavorando come giornalista presso l’agenzia di stampa askanews (già ApBiscom, poi Apcom, TMNews e ora askanews dopo la fusione tra le agenzie TMNews e Asca), ma svolgo parallelamente attività didattica e di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Roma La Sapienza, dove ho conseguito il dottorato di ricerca e dove insegno Storia del giornalismo.

In che modo è arrivato all’arte del giornalismo?

Il giornalismo in realtà non è un’arte. È una professione molto seria, che purtroppo non sembra godere oggi della considerazione che meriterebbe. Comunque al giornalismo ci sono arrivato mentre svolgevo il dottorato di ricerca. Ho iniziato a lavorare con un contratto di collaborazione con la neonata agenzia ApBiscom, allora diretta da Lucia Annunziata, e lì sono rimasto, svolgendo il praticantato e diventando giornalista professionista. Ancora lavoro per la stessa agenzia, che nel frattempo ha cambiato proprietà fondendosi poi con l’agenzia Asca.

Quali sono i giornalisti che considera suoi maestri?

Nessuno nello specifico, direi tutti quei colleghi – e sono diversi – che nel corso della carriera mi hanno dispensato consigli. Nel campo degli studi storici invece i miei maestri sono senza dubbio Emilio Gentile, con il quale mi sono laureato, e Mario Toscano, con il quale ancora collaboro alla Sapienza.

Nei suoi saggi spesso racconta di come i giornalisti siano sempre stati sotto l’occhio vigile del potere, dal fascismo fino a oggi…

Mi sono occupato sin dalla tesi di dottorato del rapporto tra stampa e potere, un tema a mio avviso affascinante e di grande attualità. Il mio primo libro – nato da quella tesi – è incentrato sul rapporto tra giornalisti e regime fascista e sulla loro transizione dal fascismo all’Italia postfascista (Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo 1922-1948, Carocci, 2012). Nel 2017 ho pubblicato un nuovo libro su questo tema, Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell’Italia contemporanea (Carocci): una storia della cultura giornalistica italiana nel XX secolo.

Com’è stato contattato dalla casa editrice Il Mulino?

In realtà non sono stato contattato dal Mulino. Con l’editore bolognese ero già in rapporti per una Storia del Corriere della Sera, cui sto lavorando insieme all’amico Raffaele Liucci E l’idea del volume sugli stadi l’ho proposta io all’editore, ritenendo che fosse un tema perfetto per la bella collana «Ritrovare l’Italia».

Perché una guida sulla storia del calcio italiano visto dal punto di vista degli stadi?

Perché si tratta a mio avviso di un punto di vista originale che ci consente di studiare il calcio come fenomeno sociale e culturale caratterizzante la nostra identità, se è vero – come ha detto uno studioso – che il calcio è l’unica religione civile degli italiani. La collana «Ritrovare l’Italia» era poi ideale per ospitare un volume che offrisse un itinerario da nord a sud, attraverso i principali stadi della penisola. Un modo per capire lo stretto rapporto che lega gli italiani al calcio sin dal principio del Novecento.

Crede che il calcio italiano sia ancora vivo e vitale?

Direi proprio di sì, il calcio è tuttora una delle principali industrie del paese. Dal punto di vista dei risultati sportivi forse no, come dimostra l’esito degli ultimi tre mondiali (2010, 2014, 2018). È però necessario rinnovare gli stadi, riammodernarli oppure là dove possibile ricostruirli ex novo. E poi forse studiare una formula per rendere più equilibrato e avvincente il campionato. Nulla togliendo alla Juventus, ma il predominio di una sola squadra toglie sicuramente qualcosa allo spettacolo e spegne l’interesse. È troppo grande il divario tra la prima e l’ultima della classe. Sarebbe opportuno ridurre questa distanza per ridare appeal al campionato.

Secondo lei, con l’arrivo di Sky, è cambiato qualcosa nel modo in cui gli italiani vivono il calcio?

Sicuramente la televisione invoglia la gente a restare a casa. E il fenomeno della “fuga dagli stadi”, di cui parlo nel libro, iniziato alla metà degli anni Ottanta, si è intensificato dopo l’avvento delle pay tv all’inizio del decennio successivo. Ma credo che se ci fossero stadi moderni e confortevoli gli appassionati riempirebbero le tribune, come avviene in Germania e in Inghilterra, nonostante la tv.

Qual è la sua squadra del cuore?

Roma.

Ha un sogno nel cassetto?

Più di uno, ma non li svelo.

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