Un pomeriggio d’estate a Volpedo tra Pellizza e le pesche

Accoccolato nello sbocco del torrente Curone nella pianura padana , tra la pianura a nord e le colline che circondano la valle a sud, Volpedo si trova su una collinetta lungo la sponda destra del torrente, con le frazioni e varie case sparse collocate sulle colline circostanti.

La strada è decisamente campagnola, di quelle che quando incroci un’auto, ti devi tirare da una parte e fermarti, guardando bene che non ci sia un fossetto. Non dev’essere proprio la strada principale che porta a Volpedo, sicuramente ce n’è un’altra, ma ormai sono qui e vado avanti.

Non c’è salita, Volpedo è a circa 180 metri sul livello del mare, però questa stradina tutta curve attraversa quella parte bassa delle colline che stanno tra la Lombardia e il Piemonte.

Intorno, pescheti, e poi pescheti e poi pescheti. Campi di frumento già tagliati, qualche cascina, una con una bella e grande chiesa al suo interno, piccole costruzioni di mattoni sparse, penso ricoveri per attrezzi.

Spero di non incontrare un trattore, questa strada è troppo stretta.

E poi finalmente ci arrivo, ecco Volpedo, uno tra i borghi più belli d’Italia.

Tutto, a partire dai cartelli d’indicazione, alle riproduzioni dei quadri posizionate nelle vie parla di Pellizza da Volpedo, il pittore del Quarto Stato.

La prima opera che ci viene incontro è La processione, dipinto che forse raffigura un momento della quotidianità della vita del borgo e al quale l’artista ha regalato un fascino particolare, come se le immagini avanzassero veramente, con un lento incedere.

Il borgo è talmente pulito, restaurato, in ordine che sembra preparato per la mia visita. I fiori sui balconi, le strade spazzate alla perfezione, il sagrato, la piazza, tutto a posto.

Incontro un gentile signore, che mi racconta la storia di Pellizza, della sua vita, della sua arte, è orgoglioso di darmi queste notizie…orgoglioso di illustrarmi le vicende di questo famoso concittadino, anche se quando arriva a parlarmi della morte, abbassa la voce, come se qualcuno potesse ascoltarci.

E poi, facendo un giro nel borgo antico, nelle piccole vie si ha davvero l’impressione che il tempo qui si sia fermato, ci sono vie così piccole o con scale che certo non possono essere percorse dalle auto. E anche qui tutto è in ordine, fioriere colorate, lampioni pronti per essere accesi.

E intorno una verde, bellissima cornice di colline.

La prima fonte sulla storia di Volpedo è una stele sepolcrale, oggi visibile in un muro laterale della canonica parrocchiale, che ricorda la presenza romana fin dal I secolo d. C.

Molte fonti medievali attestano il paese con i nomi di Vicus Piculus, Vicus Peculus, Vipegulus, Vulpeculus, che lo indicano come un villaggio romano.

Nel XII secolo Volpedo divenne Vicus pecudis, villaggio delle pecore e la sua storia s’intreccia con quella di Tortona, che aiutò nel corso dell’assedio di Federico Barbarossa nel 1155.

Verso il 1347 Tortona venne conquistata dai Visconti di Milano, che nel 1412 donarono Volpedo come feudo al capitano di ventura Perino Cameri, che nel 1425 lo cedette alla Fabbrica del Duomo di Milano.

Nel 1513 la lotta tra il villaggio di Monleale, sulla sponda sinistra del Curone, ghibellino, e il guelfo Volpedo, condusse alla distruzione del secondo, che venne ricostruito solo dal 1589, quando Milano era degli spagnoli.

Volpedo, con tutta la provincia di Tortona, nel 1738 venne annesso al regno di Sardegna e fu ceduto dai Savoia al marchese Filippo Guidobono Cavalchini di Momperone per poi passare nel 1849 come parte dei terreni dei Malaspina e seguire poi la storia del Risorgimento e del Regno d’Italia.

La fama del piccolo borgo è legata alla figura del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo, vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che morì suicida, a soli 39 anni, dopo aver completato il suo capolavoro “Il Quarto Stato”.

Ancora oggi a Volpedo, la struttura ottocentesca del borgo è ben visibile e da’ la possibilità di affrontare un viaggio tra arte e paesaggio sui luoghi pellizziani.

Il punto di partenza non può essere che lo studio che Pellizza fece costruire nel 1888, dopo aver preso la decisione di vivere e lavorare nel paese natale, anche se restò in contatto con le più grandi correnti artistiche internazionali, intrattenendo una fitta corrispondenza epistolare.

L’atelier, che era non solo un luogo di lavoro per l’artista ma anche di studio e d’incontro con gli amici, quando non aveva la possibilità di dipingere en plein air, oggi è aperto al pubblico ed è uno scrigno prezioso delle memorie di Pellizza.

I luoghi del pittore vengono fatti rivivere con le riproduzioni in grande formato di dieci opere disseminate nel borgo e visibili in punti selezionati, come a confronto con i paesaggi che le hanno ispirate.

Di fronte alla casa natale di Pellizza, vicino allo studio, c’è lo slargo visibile nell’olio La strada per Casalnoceto (1890-91), mentre nel cortile di casa Pellizza si intravede dove è ambientata la prima tela divisionista, Sul fienile (1896).

Attraversando via Garibaldi verso il centro del paese, si vede a destra il paesaggio dipinto in La Strada della pieve di Volpedo (1896) mentre costeggiando il muro del giardino di palazzo Malaspina si arriva a piazza Perino, prima sede del mercato del bestiame e oggi del mercato della frutta.

Sulla destra della piazza c’è la viuzza tra il giardino e il palazzo che era di Perino Cameri, poi di Guidobono Cavalchini nel XVIII secolo e nell’Ottocento ai Malaspina, con profonde modifiche.

Continuando verso il cuore del paese, si oltrepassa l’ottocentesco palazzo comunale, con un bassorilievo gotico nell’atrio e si arriva alla piazza principale, dove la via della Chiesa porta alla piazzetta, oggi intitolata Quarto Stato, in cui Pellizza lavorò dal 1892 al 1901 alle sue grandi opere sociali usando i contadini come modelli, Ambasciatori della fame, Fiumana, Il cammino dei lavoratori e, infine, Il Quarto Stato e un lampione indica dove il pittore piazzava il cavalletto.

Attraversando via del Torraglio, dove le case hanno ancora la pietra nuda, proveniente dal letto del vicino torrente, si discende lo scalone e si arriva alle vecchie mura rinascimentali, che furono salvate dalla distruzione grazie al prezioso sostegno di Pellizza nel 1904.

Ritornando attraverso via Cavour, si passa vicino alla sede dell’ex Società operaia di mutuo soccorso del 1896 e si arriva alla medievale Pieve, un tesoro romanico della val Curone.

La chiesa campestre, nominata nei documenti del 965 e ricostruita nel XV secolo, ha una facciata di armonica semplicità e all’interno vede una serie di pregevoli affreschi quattrocenteschi.

Volpedo è nota anche per le sue pesche e fragole, dal sapore molto delicato, che hanno dato vita a marmellate e pesche sciroppate, oltre a uva, ciliegie e albicocche, mentre a tavola sono proposti gnocchi di patate quarantine con tartufo, terrina di coniglio o di lepre e la bavarese alle pesche gialle di Volpedo su salsa di fragole di Volpedo.

Pubblicato su http://www.labissa.com 

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