La Certosa di Pavia, gioiello da riscoprire

 

E ancora una volta ho pensato di andare a veder la Certosa, sarà la decima o forse la ventesima volta, ma ogni volta mi ha dato qualcosa.

Negli anni molte cose sono cambiate. Oggi c’è un ampio parcheggio (a pagamento) a sinistra sul viale che porta al monumento, e con mia sorpresa vedo che finalmente hanno deciso di aprire un infopoint e un piccolo bar. Tutto questo sicuramente molto gradito ai numerosi turisti che arrivano anche in pullman.

Il viale che porta alla Certosa è ombreggiato da alti alberi, la passeggiata, breve, è gradevole e qualche panchina permette anche un’eventuale sosta.

Sul piazzale esterno, qualche bancarella di prodotti locali e di souvenirs.

Dall’esterno, devo dire che non si presenta benissimo, il piazzale non è molto ordinato e curato come meriterebbe. Comunque quando si oltrepassa il portone, la Certosa con la sua imponente facciata mi lascia ogni volta sbalordita. Il prato delimitato da siepi curatissime è ordinato e in fondo la facciata, bianca e decoratissima.

Dopo aver ammirato l’esterno, entro e l’effetto è il buio, l’interno è buio, le grandi statue laterali, impolverate, i pregevolissimi dipinti non sono illuminati. Questa parte della Certosa, così ricca e così interessante, non è fruibile, si passa e si va oltre. Oppure si da un’occhiata veloce, approssimativa, a opere che sicuramente meriterebbero ben altro.

Poi oltre il cancello che delimita l’altare, a piccoli gruppi si entra per la visita guidata, gratuita (solo alla fine si può fare un’offerta) e un Certosino spiega alcune parti della Certosa, il sarcofago di Ludovico il Moro e Beatrice, la tomba di Gian Galeazzo, i chiostri, il refettorio, una cella.

Spiega bene, in modo semplice e chiaro, i turisti sono interessati, pongono domande, scoprono con piacere la storia di ciò che vedono. Ma credo che la Certosa avrebbe bisogno di altro. Prima di tutto di un orario di visita non interrotto da un’eterna pausa dalle 11:30 alle 14:30, di una valorizzazione più ampia, completa, anche il palazzo a lato potrebbe essere maggiormente valorizzato.

E’ un’opera meravigliosa, non esiste un cmq che non sia decorato, da stucchi, marmi, dipinti. Tutto ci racconta una storia di mecenatismo, di potere, d’arte, che merita, merita molto.

Lo dobbiamo alla sua storia e alla bellezza che artisti italiani hanno saputo creare.

La Certosa di Pavia, voluta da Gian Galeazzo Visconti, cominciò la sua storia il 27 agosto 1396, con la posa della prima pietra del cantiere.

La chiesa, che doveva essere il mausoleo dinastico dei Duchi di Milano, era stata progettata con dimensioni superiori a quelle che sono state sinora realizzate, e fu l’ultima parte del complesso a essere edificata.

La navata fu progettata in stile gotico e la sua costruzione venne completata nel 1465, mentre il resto della chiesa, con le sue gallerie ad archi e i pinnacoli (inclusa la piccola cupola), e i chiostri furono rielaborati da Guiniforte Solari, che diresse i lavori tra il 1453 e il 1481, con dettagli in terracotta.

I monaci certosini, ai quali il monastero era stato donato dal fondatore, erano legati a una clausola che prevedeva che una parte dei loro proventi fosse destinata a finanziare nel tempo la costruzione del monastero.

Nel secolo XVIII la Certosa aveva delle proprietà nelle località di Badile, Battuda, Bernate, Binasco, Boffalora, Borgarello, Carpiano, Carpignano, Milano, Giovenzano, Graffignana, Landriano, Magenta, Marcignago, Opera, Pairana, Pasturago, San Colombano, Torre del Mangano, Trezzano, Velezzo, Vidigulfo, Vigentino, Villamaggiore, Villanterio, Villareggio e Zeccone.

Ma il monastero di Santa Maria delle Grazie fu soppresso il 16 dicembre 1782, a causa di un decreto dell’imperatore Giuseppe II, che incamerò i beni di tutti gli ordini contemplativi e dei loro possedimenti.

Due anni dopo la soppressione del monastero certosino fu istituito quello cistercense di Santa Maria delle Grazie, che venne a sua volta soppresso nel 1798, quando il direttorio esecutivo della repubblica cisalpina, (autorizzato dalla legge 19 fiorile anno VI), richiese i beni e gli effetti appartenenti ai cistercensi della Certosa di Pavia.

Il monastero fu ceduto ai monaci carmelitani, che subirono la violenta devastazione operata dalle truppe napoleoniche, queste razziarono e distrussero le ricchezze artistiche, poi venne chiuso dal 1810 al 1843 quando i monaci certosini rientrarono nel monastero.

Con la legge 3036 del 7 luglio 1866 il monastero fu dichiarato monumento nazionale italiano e i beni ecclesiastici divennero proprietà del Regno d’Italia, anche se fino al 1880 alcuni monaci certosini continuarono ad abitare il monastero.

Il 9 ottobre 1930 il papa Pio XI decise di affidare il monastero nuovamente all’ordine dei certosini, che il 31 ottobre 1932 ospitarono Benito Mussolini, in visita alla Certosa.

Il monumento venne risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e fu proprio lì che, il 12 agosto 1946, venne ritrovata, avvolta in sacchi di tela, la salma di Benito Mussolini, precedentemente trafugata.

Nel 1947 i monaci certosini abbandonarono la struttura per mancanza di vocazioni e due anni dopo alla certosa arrivarono nuovamente i monaci carmelitani, che vi rimasero fino al 1961.

Dal 10 ottobre 1968 a oggi nella Certosa vivono i monaci cistercensi della congregazione Casamariensis dell’Abbazia di Casamari che, oltre alla vita monastica, si occupano delle visite guidate alla chiesa, ai chiostri del convento e alla vendita di articoli sacri e di vari prodotti tipici nei locali del palazzo posto sul lato destro del cortile antistante alla chiesa, dove si trova anche il Museo della Certosa di Pavia, gestito direttamente dalla Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici di Milano.

La facciata della Certosa di Pavia è ricca di decorazioni, tipico procedimento dell’architettura lombarda, mentre il portale è frutto di una collaborazione tra l’Amadeo e il suo allievo Benedetto Briosco (1501) ed è caratterizzato da colonne binate e bassorilievi con Storie della Certosa.

La pianta della Certosa ha lo stesso impianto della Chiesa di Santa Maria del Carmine di Pavia, ma è dotata di una campata in più in corrispondenza del presbiterio e di ciascun braccio del transetto, mentre un terzo quadrato diagonale si aggiunge al doppio quadrato di base della pianta, ottenendo il tracciato della stella a otto punte o ottogramma, che si ritrova effigiato dappertutto, come simbolo della Madonna delle Grazie e della Certosa, con la sigla Gra-Car, persino nelle piastrelle dei pavimenti.

L’altare maggiore è all’interno del presbiterio e oggi non è utilizzato per le celebrazioni religiose che si svolgono nella navata centrale, davanti alla cancellata.

All’interno ci sono alcune opere pittoriche dello stesso Bergognone, come la pala di Sant’Ambrogio (1490), quella di San Siro (1491) e la Crocifissione (1490), mentre le altre pale dello stesso artista sono disperse tra musei e collezioni private.

La chiesa contiene molte altre opere d’arte, come il Padre Eterno, unico pannello rimasto in Certosa del polittico di Perugino, pale del Cerano, del Morazzone, del Guercino, di Francesco Cairo e, nel presbiterio, un ciclo di affreschi di Daniele Crespi e nell’abside di destra del transetto è collocato un affresco di Bergognone con Gian Galeazzo Visconti che presenta alla vergine il modello della Certosa tra Filippo Maria Visconti, Galeazzo Maria Sforza e Gian Galeazzo Sforza, eseguito tra il 1490-1495.

Altri affreschi (oculi con santi e profeti) sono di un gruppo d’ignoti maestri di ascendenza bramantesca, tra cui il giovanissimo Bernardo Zenale, nell’abside di sinistra un altro affresco di Bergognone con l’Incoronazione di Maria tra Francesco Sforza e Ludovico il Moro.

La cosiddetta Sagrestia Nuova, l’antica sala capitolare, contiene un ciclo di affreschi con colori vivaci dei fratelli Sorri, tardi esponenti del manierismo senese, oltre a dipinti di artisti come Francesco Cairo, Camillo Procaccini, il Passignano e Giulio Cesare Procaccini, senza dimenticare, la pala d’altare di Andrea Solario (1524), terminata cinquant’anni dopo da Bernardino Campi.

La Certosa ha anche un importante corpus di vetrate, realizzate su cartoni di maestri attivi nel XV secolo in Lombardia, quali Zanetto Bugatto, Vincenzo Foppa, Bergognone e il savoiardo Hans Witz, mentre l’altare maggiore, del tardo XVI secolo, è intarsiato con bronzi e con diverse qualità di marmi e di pietre dure, realizzato da diversi artisti tra cui Cristoforo Solari.

Nella sacrestia vecchia è visibile un trittico in avorio e osso, opera del fiorentino Baldassarre di Simone di Aliotto, appartenente alla famiglia degli Embriachi (Baldassarre degli Embriachi), donato alla Certosa da Gian Galeazzo Visconti, decorato con piccoli tabernacoli con dentro statuine di santi; nello scomparto centrale accoglie 26 formelle illustranti la leggenda dei Re Magi secondo i vangeli apocrifi; nello scomparto di destra e in quello di sinistra 36 bassorilievi (18 per parte) sono raccontati gli episodi della vita di Cristo e della Vergine.

Il Trittico fu rubato dal monastero nell’agosto del 1984 e recuperato nell’ottobre 1985 e venne sottoposto a restauro negli anni tra il 1986 e il 1989 presso l’Istituto Centrale per il Restauro.

Ci sono anche opere di scultura bronzea, come i candelabri di Annibale Fontana e la cancellata che divide la chiesa dei monaci da quella dei fedeli (XVII secolo).

Nella parte destra del transetto c’è la tomba del fondatore della Certosa, Gian Galeazzo Visconti; la figura di Galeazzo, sorvegliato da angeli, si trova sotto una canapa di marmo, e la Madonna in una nicchia al di sopra, iniziata nel 1494-1497 da Giovanni Cristoforo Romano e Benedetto Briosco, ma finita solo nel 1562.

Nella parte sinistra del transetto c’è il monumento funebre di Ludovico il Moro e di sua moglie Beatrice d’Este; opera di Cristoforo Solari, di cui lo stesso Ludovico il Moro commissionò l’esecuzione dopo la morte della moglie nel 1497. 

Le sculture furono inizialmente sistemate nella chiesa milanese di Santa Maria delle Grazie, ma, nel 1564, vennero acquistate dai monaci e portate nella Certosa per evitarne la distruzione.

Le tombe però sono sempre state inutilizzate, anche perché Ludovico il Moro morì in Francia ed è sepolto nella Chiesa dei Padri Domenicani di Tarascona, mentre Beatrice è sepolta nella Chiesa dei Padri Domenicani di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Un portale decorato con sculture realizzate dai fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza e all’esterno da Giovanni Antonio Amadeo, porta dalla chiesa al chiostro piccolo al cui centro si trova un giardino, dove si svolgeva gran parte della vita comunitaria dei padri e collegava ambienti come la chiesa, la sala capitolare, la biblioteca e il refettorio.

Sul portale d’accesso al chiostro piccolo c’è la firma del pavese Giovanni Antonio Amadeo (1447-1522) mentre gli ornamenti in terracotta che sormontano i sottili pilastri di marmo sono stati eseguiti dal maestro cremonese Rinaldo de Stauris nel 1466 che, in collaborazione con i fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza, realizzò anche quelli del chiostro grande nel 1478.

All’interno del chiostro piccolo si trova il lavabo in pietra e terracotta, con la rappresentazione della scena della Samaritana al pozzo (terzo quarto del XV secolo).

Sul chiostro grande si affacciano 24 celle o casette, abitazioni dei monaci, ognuna costituita da tre stanze e un giardino mentre, di fianco all’ingresso delle celle, siglate da lettere dell’alfabeto, è collocata una piccola apertura entro cui il monaco riceveva il suo pasto giornaliero nei giorni feriali, in cui era prescritta la solitudine.

Per i pasti comunitari, ammessi solo nei giorni festivi, ci si riuniva nel refettorio, con le colonne delle arcate, decorate da elaborate ghiere in cotto, con tondi e statue di santi, profeti e angeli, alternativamente in marmo bianco e marmo rosa di Verona.

E’ tutta da vedere, con calma e attenzione.

Pubblicato su: http://www.labissa.com 

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