Gaetano Scirea, libero gentiluomo

Il 3 settembre saranno ventotto anni.

Gaetano ci ha lasciato una domenica di settembre, in Polonia, in un incidente stradale, una domenica normale, quando parlare di calcio, di partite, di campionato, riprende con il solito vigore, tra speranze e polemiche, progetti e obiettivi da raggiungere.

Ma quella sera, per qualche minuto, tutto questo sembrò non avere importanza, fu come se il calcio fosse rimasto senza parole.

La notizia arrivò in diretta alla Domenica Sportiva, con la voce di Sandro Ciotti. In studio, il compagno di mille battaglie sportive e amico Marco Tardelli  ebbe un mancamento.

L’annuncio spiazzò tutti, amici, colleghi, giornalisti, tifosi della Juventus e non. Gaetano era uno che univa non divideva, non era visto solo come un giocatore della Juve… era sopra.

Gianluca Iovine ha raccontato la storia di un uomo diventato suo malgrado un mito in un libro “Cercando Scirea” (edito da UltraSport, collana della Castelvecchi) ed io ho avuto il piacere di porgli alcune domande.

Chi è Gianluca Iovine?

Gianluca Iovine è il papà di due splendide bimbe. E se prima sognava di scrivere storie per sé, oggi immagina mondi nuovi e diversi per Viola e Syria.

Com’è arrivato all’arte dello scrivere?

Senza mai smettere di scrivere: lettere, biglietti, racconti, articoli, romanzi. Ma sarà poi un’arte, scrivere?

Cercando Scirea è nato da una sceneggiatura che lei ha scritto con Paolo Spotti per Scirea, un film Rai dedicato al giocatore juventino e della Nazionale, come mai per il progetto della pellicola non si è concretizzato?

Sì, insieme a Paolo e a quella che sarebbe diventata mia moglie – Claudia Carlino – molti anni fa demmo vita a una storia per il cinema, mai concretizzata perché semplicemente dei tanti produttori contattati nessuno ha voluto finora dire: “Dai, facciamola vedere, questa storia!” Ma il film si farà, fosse l’ultima cosa che faccio.

Raccontare Scirea è difficile, era un uomo di poche parole, che amava il silenzio e il calcio, metteva i fatti davanti alle parole, com’è riuscito a entrare nella testa di un personaggio semplice e complesso al tempo stesso?

I silenzi parlano, e quando c’è l’amore per il racconto e per le vite degli altri, appare un percorso già tracciato. C’è voluto tanto studio, certo, ma la differenza l’ha fatta soprattutto quel senso d’immedesimazione che ti nasce dentro, ti fa chiudere gli occhi e trasformare, ad esempio, le cose che hai intorno in un paese lombardo degli anni Cinquanta. Dici bene: Gaetano Scirea era estremamente complesso, e insieme tanto semplice da scomparire, davanti agli occhi di chiunque non lo conoscesse bene. E invece, quel calciatore gentile, poco appariscente, taciturno, aveva un grande dono, la bontà, frutto di un’enorme e precoce consapevolezza delle cose della vita. Mi piace quando lo chiamano Il Calciatore Santo, è una definizione che si avvicina alla persona che doveva essere.

C’è qualcosa di autobiografico in Nino, il miglior amico di Scirea, che attraversa per gran parte del romanzo una serie di sconfitte e delusioni, contrapposte al grande successo del suo amico di sempre?

                                     

Nino rappresenta il Sud della vita. A lui affido la rilettura della storia del calcio e del Paese con occhi diversi dalla versione ufficiale. È la maschera di tutte le sconfitte mandate giù, di tutte le strade sbagliate, di tutti i sogni spezzati di chi è nato e nascerà in Italia. Nino è l’anima nera di ognuno di noi, sporcata dalla vita, nascosta nel profondo di ognuno e contrapposta all’incredibile candore dell’infanzia, incarnato da Gaetano.

E’ stato a Cernusco sul Naviglio, dove Scirea visse l’infanzia e l’adolescenza, e a Morsasco, sulle colline alessandrine, dov’è sepolto?

Ci sono stato solo con gli occhi della mente. Invece a Cinisello Balsamo, dove lui crebbe, ho vissuto. Ed è lì che questa storia è nata, magicamente.

Ha trovato l’appoggio di Mariella e Riccardo Scirea per scrivere il libro?

Loro due, insieme a Paolo Scirea, fratello di Gai, e a Gianni Crimella, il suo primo allenatore, sono le persone che più mi hanno aiutato e che più hanno voluto bene a questo romanzo. Sono persone straordinarie.

Crede che il sogno di un calcio pulito, come Scirea lo intendeva, possa essere ancora possibile oggi?

Non nel modo che intendeva lui, perché quel calcio romantico è morto, schiacciato da soldi, scommesse e violenza. Però le sue idee sono vive nei ragazzi, che Scirea sognava di allenare. E parole come rispetto, lealtà, coraggio, restano eterne. Più il calcio si sporcherà, più gli esempi di eleganza sportiva e amore per gli altri risalteranno.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Oltre al film che continuo a rincorrere, la pubblicazione di un secondo romanzo già completato, che attende un editore. Ma nel cassetto ho almeno altre due storie che sogno di far pubblicare. Vorrei continuare a scrivere, facendo narrativa e scrittura per il cinema, fino a farne un lavoro.

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Un pensiero riguardo “Gaetano Scirea, libero gentiluomo

  1. Se pensiamo al calcio attuale c’é ben poco dell’esempio di Scirea, anzi tutto il contrario. Toni sempre eccessivi, mancanza di fair play, contratti esorbitanti, faccendieri senza scrupoli , procuratori che sono ormai diventati i protagonisti principali dei trasferimenti, doping, partite truccate, insomma niente che abbia a che fare con uno sport sano e più pulito. Certo é forse un utopia pensare diversamente soprattutto in virtú dei soldi che circolano e degli sponsor milionari, delle televisioni e degli sceicchi, tuttavia sarebbe bello riproporre un calcio in versione neat che possa suscitare interesse anche in coloro che erano magari solo dei bambini all’epoca della morte di Gaetano Scirea.

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