Davide Ferrari, scrivere poesia in dialetto

Davide Ferrari, nato il 13 Gennaio 1983 a Pavia. Attore, regista, autore, poeta. Si occupa di teatro, poesia, scrittura creativa e formazione presso enti privati e pubblici tra cui l’Università degli studi di Pavia e le Case Circondariali di Voghera e Pavia. Scrive poesie in italiano e in dialetto pavese. Pubblica la raccolta di poesie autoprodotta “Anime arrangiate” (2010), “La cenere dei bordi” (Subway Edizioni, 2013), “Eppure c’è una meta per quel fiato di universo” (Subway Edizioni, 2014), poemetto vincitore per l’Italia di PopScience Poetry, concorso indetto dal CERN di Ginevra, e tradotto in 5 lingue. Ha un blog “Bastart-Sho(r)t in the heart” (www.bastart.it), dove si occupa di poesia, cortometraggi, fotografia. Cura ed è autore della rubrica Poetry, I too dislike it.

Sabato 15 ottobre, presso la sede della “Famiglia Legnanese” a Legnano, riceverà il prestigioso premio “Giuseppe Tirinnanzi”, per la sezione dialetti di area linguistica lombarda e svizzero italiana. 188 partecipanti in totale, 178 per la sezione Italiano e 10 per il Dialetto. I numeri confermano il Premio di “Poesia Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi”, come un punto di riferimento a livello nazionale, segnando anche il record di partecipanti. Sulle dieci opere in dialetto pervenute è stato deliberato all’unanimità come vincitore assoluto: Davide Ferrari, “Dei pensieri la condensa”(Manni 2015) con prefazione di Franco Loi, noto poeta dialettale, scrittore e saggista italiano.

Come si definirebbe Davide Ferrari?

Non mi definirei. Non mi piacciono le definizioni perché tendono sempre a chiudere la prospettiva, ad incorniciare qualcosa che per sua natura non è limitabile all’interno di certi confini, specialmente quando si parla di arte. In realtà è una domanda che mi sono fatto diverse volte in passato, soprattutto perché uso diversi linguaggi nel mio lavoro, dal teatro, alla scrittura, alla musica, molto spesso contaminandoli. Così mi chiedevo: cosa si aspetteranno le persone da me? Poi mi sono reso conto che, di volta in volta, la cosa importante è non deludere il pubblico e proporgli una storia in cui possa rivedere in qualche modo se stesso, senza bisogno di dare troppe spiegazioni. Il pubblico, al contrario di quanto molti artisti sostengano, è molto più intelligente e sensibile di come viene dipinto.

Che cosa ricorda dei suoi anni vissuti all’Università di Pavia?

Ricordo le perdite di tempo a fare code. Non è certamente la cosa più importante, ma era la causa di maggiore frustrazione. Dico questo perché è un simbolo di quanto l’Università possa rispecchiare una burocrazia lenta e scollegata dalla realtà sempre più veloce e mutevole. Un esempio: quando in segreteria si è cominciato ad utilizzare il sistema dei biglietti con i numeri per il proprio turno allo sportello, il panettiere dietro casa lo stava già facendo da anni. A parte questo, è stato molto importante studiare all’Università di Pavia per imparare un metodo e molte nozioni che si sarebbero poi rivelate utilissime anche nel mio lavoro. Soprattutto ricordo tanti bravi professori, con alcuni dei quali poi ho avuto il piacere di collaborare, che mi hanno dato stimoli e prospettive interessanti. Questi incontri hanno creato relazioni personali positive e li ricordo con grande piacere.

C’è un posto o un ricordo particolare di Pavia che le è rimasto nel cuore?

Essendo nato a Pavia e frequentandola molto, non mi sono mai posto questa domanda che invece è spontanea in chi lascia un luogo in cui ha vissuto per tanto tempo. La realtà è che la città, proprio perché legata agli anni del liceo e dell’università, mi ha permesso di conoscere persone e amici con cui ho un rapporto di vecchia data e quindi quasi tutti i luoghi hanno un ricordo importante o piacevole legato soprattutto alle persone con cui li ho vissuti ed esplorati. Ancora adesso ogni tanto mi stupisco sinceramente di fronte a qualche scorcio meno frequentato. Insomma, pur con tutte le sue contraddizioni, e non sono poche, tutta Pavia mi sta a cuore.

Quando e come ha iniziato ad interessarsi alla poesia in dialetto?

Leggo poesia da quando ero piccolo. Poi, intorno ai 13 anni ho cominciato a scrivere qualche pensiero. Ma l’ho sempre fatto in italiano. Solo nel 2012 ho scritto una poesia in dialetto. Mi è capitato di leggerla di fronte a Franco Loi che conoscevo già da un po’ di tempo ma che non aveva mai saputo di questa attitudine, sconosciuta per primo a me. Da quel momento, lui ha molto insistito perché scrivessi anche in dialetto e, dopo due o tre anni, gli ho dato ascolto. Da lì è nato il libro Dei pensieri la condensa che è uscito nel 2015 per l’editore Manni.

L’interesse per il dialetto, e in generale per le lingue, penso dipenda dalla passione per i suoni e per l’etimologia delle parole. Deriva sicuramente dallo studio del latino e del greco al liceo e poi da quello della linguistica e della filologia all’università. È interessante come dalla lingua si formi anche il modo di pensare e ragionare.

Scrivere in dialetto cosa aggiunge all’essere un poeta?

Scrivere anche in dialetto, a mio parere, è una risorsa molto importante per chi scrive poesia. È importante anche e, forse, soprattutto, leggere le poesie dei grandi poeti italiani che hanno scritto in dialetto, Franco Loi, Lello Baldini, Tonino Guerra, per citarne alcuni, e tra i contemporanei Fabio Franzin che amo molto, Pierluigi Cappello o Antonella Anedda (gli ultimi tre scrivono anche in italiano) perché è un modo per imparare e conferma un pensiero che ho molto chiaro: il dialetto è una lingua concreta perché legata alla natura; è slegata, rispetto all’italiano, dai meccanismi logici del pensiero e della lingua nazionale, per cui molto più duttile e vitale. Si basa sempre su immagini vivide e potenti. Oltretutto sono più importanti i suoni dei significati. Queste qualità sono fondamentali per la poesia che non dovrebbe limitarsi a descrivere il reale ma mostrarlo attraverso la combinazione giusta di significante e significato. Leggendo poesia contemporanea trovo che a volte ci si dimentica che la poesia è anche suono e ritmo.

Il dialetto, nel 2016 ha ancora un senso e un futuro?

È una domanda che mi fanno spesso. E ancora non so cosa rispondere. Soprattutto perché io posso solamente sapere il senso che ha per me. Sinceramente, non capisco cosa significa “avere un senso e un futuro”. So che per me il dialetto è una freccia in più al mio arco. Una ulteriore possibilità per entrare in relazione con me stesso. Come dicevo prima, il dialetto ha una componente più istintiva e irrazionale che mi permette di avvicinarmi maggiormente al mio inconscio, di parlare il suo stesso linguaggio fatto di metafore e immagini collegate tra loro non tanto dalla logica quanto dall’intuizione e dalla percezione anche fisica del reale. Per me ha senso perché è parte della mia voce, della mia storia. Poi, il fatto che il pubblico capisca o meno, non è un problema che mi riguarda direttamente. Anche perché, credo che sia un falso problema. Spesso mi hanno detto, altri poeti, critici, editori, o persone che non sono molto appassionate di poesia, che il dialetto non si capisce. In realtà sono scuse per sopperire una certa disabitudine all’ascolto. Mi sento di dire questo perché la mia esperienza sul palco mi dimostra proprio il contrario. Mi è capitato di recitare le mie poesie in dialetto in tanti luoghi diversi, da quelli accademici, alle scuole superiori, ai locali che di solito ospitano musica, e anche all’estero. E non ho mai incontrato nessuno che dicesse “Non ho capito”. Le faccio un esempio: in Svizzera ho letto alcuni passi dell’Ulisse di Joyce in una mia traduzione in dialetto pavese, perché gli organizzatori di un festival me lo avevano chiesto, davanti ad un pubblico di diverse nazionalità. Alla fine, gli inglesi presenti mi hanno detto che apprezzavano molto di più questa lingua dialettale rispetto all’italiano, perché ne riconoscevano la musicalità e la trovavano più simile alla loro. Le dirò di più: poche volte mi viene chiesto di tradurre in italiano le mie poesie. Perché, anche se non si capisce tutto il senso, rimane un verso, un suono, un’immagine che una persona può portare con sé, facendo esperienza della poesia. In Italia non siamo molto abituati all’ascolto. Soprattutto ad ascoltare lingue diverse dalla nostra. In altri stati questa è un’attitudine che viene stimolata fin da piccoli.

Lei è pavese come Gianni Brera, anche per Lei vale il motto del giornalista, “abituato, da povero, a pensare in dialetto e a tradurre il pensiero in italiano”?

In realtà no. Capisco ciò che vuole dire Gianni Brera con questa affermazione.

Io ho imparato il dialetto prima dell’italiano. Ersilia, la mia tata, in assenza dei miei genitori insegnanti, ha preferito insegnarmi il dialetto bene, correttamente, invece di un italiano zoppicante. E le sono molto grato per questo perché mi ha donato un modo in più per comunicare.

Nonostante questo, quando scrivo o parlo in dialetto, penso in dialetto. O meglio, sarebbe il caso di dire, che quasi non penso, proprio per i motivi che ho spiegato in precedenza. Quando parlo in italiano accade la medesima cosa: parlo in italiano e penso in italiano. Non mi capita mai di tradurre. Anche perché, probabilmente, il dialetto mi ha abituato proprio ad abbandonarmi ai suoni delle parole, delle sillabe, e anche delle singole lettere. Ed è una qualità che col tempo, influenza anche l’italiano. Penso che in poesia sia molto rischioso “tradursi” nell’atto dello scrivere. In qualsiasi lingua. Anche perché alla lettura si sentirebbe qualche ingranaggio fuori posto. Alcuni amici mi hanno fatto leggere le loro poesie in dialetto. E si capisce immediatamente quando uno scrive perché parla quella lingua, ne conosce i suoni e i segreti, o traduce in dialetto ciò che gli è venuto naturale pensare in italiano. Penso che anche Gianni Brera, nonostante la provocazione citata, non facesse esattamente quanto dice. Sono convinto che fosse in grado di gestire allo stesso modo italiano e dialetto, salvaguardando e usando le opportunità che entrambe le lingue gli fornivano, valorizzandone le peculiarità. Ecco perché, a mio parere, rileggere oggi gli articoli di Brera è ancora un’esperienza godibilissima. Parla di ciò che ci lega alla terra, di sentimenti che ci riguardano tutti in quanto esseri umani e lo fa con uno stile unico.

Questa intervista è per labissa, se le dico Insubria?

Non so se si riferisce a questo, ma la prima cosa che mi viene in mente è che era la regione abitata dal popolo degli Insubri che quattro secoli prima di Cristo era stanziata nella zona tra il fiume Po e i laghi prealpini. Ricordo, dagli studi di latino e greco, che anche alcuni storici ne parlarono abbastanza diffusamente. Ma, alla luce di questa intervista, penso che si riferisca all’Insubria che ancora oggi è considerata la zona in cui si parla il dialetto lombardo.

Qual è il suo rapporto con la tradizione e la storia della sua terra?

Amo la mia terra e le sue tradizioni. I miei nonni paterni erano contadini e mio padre, nonostante abbia intrapreso la carriera di insegnante, ha sempre mantenuto e portato avanti il lavoro nei campi. Mi ha sempre colpito la sua passione per questo lavoro. Soprattutto la cura e l’attenzione ai tempi della natura che non sempre coincidono con i nostri, specialmente in un’epoca come questa in cui sembra che il tempo non basti mai. Per quanto mi riguarda, mi piace moltissimo ascoltare e parlare con le persone più anziane per ascoltare le loro storie di vita, per partecipare alla magia della loro lingua che sembra evocare un mondo di ritualità che oggi sembriamo aver completamente rimosso. Non mi riferisco ad un ambito superstizioso, ma proprio a un rispetto del mondo, dell’altro, vissuto considerandosi parte di un rito collettivo. Mi piace constatare le differenze linguistiche tra le lingue del passato e del presente, l’origine dei termini legati alla natura e alla fisicità del reale. Questa per me è una vera e propria passione, che mi dice molto anche sul presente.

Com’ è nata e come si è sviluppata la collaborazione-amicizia con Franco Loi, medaglia d’oro della Provincia di Milano, dalla sua anche un Ambrogino d’oro e il “Sigillo Longobardo della Regione Lombardia”, oltre a contribuire a numerose riviste e lavora tuttora per Il Sole 24 ore?

Ho conosciuto Franco quando frequentavo il primo anno di Università grazie alla professoressa Anna Turra, mia insegnante di latino e greco al liceo. Lei mi ha invitato ad un incontro proprio al Liceo Classico Ugo Foscolo di Pavia, nonostante avessi conseguito la maturità l’anno precedente. Credo fosse il 2002. Ho colto questa occasione perché avevo letto molte poesie di Franco e mi erano sempre sembrate vitali e molto contemporanee. Da quel momento ho cominciato a frequentarlo più o meno regolarmente fino a creare un rapporto di amicizia e di affetto. Gli ho mostrato i miei primi esperimenti poetici e lui mi ha sempre dato suggerimenti e impressioni con grande profondità e schiettezza, anche quando non c’era molto di buono da salvare. Quel periodo è stato molto importante per me perché mi ha dato la possibilità di lavorare molto sull’artigianato della parola, “andando a bottega” da un maestro. Negli anni, gli incontri sono diventati sempre più frequenti e quasi mai i nostri discorsi erano incentrati esclusivamente sulla poesia. Parlavamo delle nostre esperienze personali e da lì ho avuto modo di ascoltare fatti legati a Franco ma anche a diversi momenti importanti della storia italiana. Dopo aver letto il mio libro in dialetto, è stato lui a propormi di scrivere la prefazione nonostante gli acciacchi e la difficoltà nella lettura e nella scrittura. Gli sarò sempre grato per questo e custodirò i momenti vissuti insieme con grande affetto.

Vincitore del XXXIV prestigioso Premio Tirinnanzi a Legnano, le domande vengono spontanee, soddisfatto e ha mai visto i Legnanesi?

Sono davvero soddisfatto e onorato di ricevere questo prestigioso premio. A maggior ragione perché tra i membri della giuria ci sono i poeti Fabio Pusterla e Franco Buffoni che stimo molto.

Ricevere un premio è sempre un dono. Non credo si scriva mai pensando ai premi o ai riconoscimenti. Io scrivo per cercare di avvicinarmi sempre più alla parte sconosciuta di me, per stabilire una relazione con me stesso, con gli altri e con la natura in un modo che sia il più possibile pulito. Tuttavia, se accade di ricevere un premio, considero quel momento come una ulteriore possibilità di condivisione e di incontro con le esperienze di altre persone; una opportunità di condivisione del mio lavoro. Oltre alla soddisfazione, questi momenti sono importanti perché incrementano la fiducia nell’impegno quotidiano e nello studio.

Per quanto riguarda i Legnanesi, mi è capitato di vederli diverse volte in televisione ma non mi divertono molto. Le dico molto onestamente, ma è solo un gusto personale, che non è il tipo di teatro che mi piace, neanche dal punto di vista dell’uso della lingua.

Verrà premiato a Legnano con “Dei pensieri la condensa” com’ è nato questo lavoro e cos’è la condensa?

Questo lavoro è nato nel 2012 in seguito a un’esperienza personale molto dolorosa. Ho cominciato a scrivere in dialetto quasi sotto dettatura e senza nessun apparente motivo. È stata un’esperienza molto intensa, durata sette giorni e sette notti di scrittura continua, a parte qualche ora di sonno ovviamente. È stato un viaggio straordinario guidato dal suono della lingua. Ho scritto di esperienze che non sapevo neanche di ricordare. È stata la lingua a riportarle alla luce. Nonostante non fosse, a livello personale, un momento felice, considero quei giorni importantissimi per la mia esperienza e per il rapporto che ho stabilito con la scrittura. Per quanto riguarda la condensa, preferisco usare le parole dalla prefazione di Franco Loi perché sono molto precise a riguardo:

“La condensa, appunto, è proprio il farsi da sé. La condensa è contro l’ideologia.

Ecco perché assume qui una grande importanza e trovo che sia il termine giusto: perché se ci interroghiamo sul suo significato capiamo che c’è qualcosa -i pensieri- che si condensa da sé davanti ai nostri occhi. E ci suscita qualcosa. Ma noi non sappiamo con precisione né che cosa sia e cosa susciti esattamente in noi né perché quella cosa ci muove. Questo accade nel poeta che, quando rilegge i versi, si trova di fronte una materia che non immaginava potesse essere scritta in quel modo. Vuol dire che quello che pensi si condensa in qualcosa che sfugge anche al tuo giudizio. E spesso è diverso da quello che tu pensavi prima di scriverlo.”

Poeta, spazzèn, astronauta e magutt, un incipit tra i più famosi del bardo insubre per eccellenza degli ultimi anni, Davide Bernasconi, ovvero Davide van de sfroos. Ha mai sentito le sue canzoni? Cosa ne pensa? Ha pensato a un’eventuale collaborazione con lui?

Ho ascoltato molte canzoni di Davide Van de Sfröos. Quella che lei cita è una bella canzone, La balàda del Genesio. Una di quelle che preferisco è Pulènta e galèna frègia perché penso che usi delle immagini davvero poetiche per le esperienze più quotidiane e più semplici.

Riguardo alla collaborazione, no, non ci ho mai pensato.

Ci sono diverse realtà trasversali che nel Nord hanno sempre preferito il dialetto, o meglio la lingua madre all’italiano. Da Nanni Svampa, ai Pitura Freska a Venezia, Luigi Maieron che è punto di riferimento cantautorale nella Carnia. Li conosce e cosa ne pensa di questi movimenti quasi “carbonari” che si muovono nonostante tutto sopra la linea Gotica?

Conosco le esperienze di questi artisti e penso che siano molto coraggiosi a continuare a esprimersi con il linguaggio che sentono più congeniale a veicolare i loro messaggi.

Oggi siamo in un momento storico in cui anche la produzione culturale e artistica è molto, fin troppo, legata a criteri di mercato. Chi riesce a lavorare con l’arte mantenendo la propria rotta, secondo me ha un vantaggio, indipendentemente dall’immediato successo commerciale: riesce a raccontare la propria storia che è unica e irripetibile. Sembra una frase scontata, ma secondo me il pubblico è e sarà sempre sensibile alle storie basate sull’autenticità dello sguardo e sulla personalità di chi le racconta. Penso che le opere di questi artisti resistano più a lungo di una stagione.

Parlare, scrivere in dialetto piemontese, lombardo, nel suo caso pavese, è sempre visto come qualcosa di difficile, se non ostico, da far “digerire” al grande pubblico?

In molti hanno questo pensiero. Pensi che prima di pubblicare il mio primo libro in dialetto, alcuni scrittori, editori e i cosiddetti addetti ai lavori mi dicevano che forse sarebbe stato un azzardo. La motivazione era: già la poesia è di nicchia, figuriamoci se pubblichi un libro in dialetto!

Poi, come spesso accade, l’esperienza mi ha insegnato altro. Ho fatto tante presentazioni in tutta Italia, nei luoghi più disparati, e non mi è mai capitato di sentire qualcuno dire: era difficile o ostico.

Anzi, alla fine, in molti venivano a raccontarmi le loro storie parlando il loro dialetto d’origine. Oltretutto penso anche che ci siano tante cose difficili: tutto sta in come vengono presentate al pubblico; di quanto chi parla incarni le parole che dice. Per esempio: la fisica è difficile. Ma ci sono persone che quando la raccontano, avvicinano l’ascoltatore ad argomenti molto complessi. Non posso dire lo stesso di molti poeti che quando spiegano, o addirittura, quando leggono le loro poesie sono noiosi. Non è questione di “far digerire” agli altri ciò che diciamo, è questione di incarnare quelle parole in prima persona. In questo caso, difficilmente il pubblico non si muoverà insieme a noi.

Quando qualcuno di un dialetto dice “non si capisce niente”, qual è la sua reazione?

Vede, ci sono tantissime cose di cui molti dicono “non si capisce niente”. Tante volte mi è capitato di sentire persone dire di una poesia: “Bella! Però io di poesia non capisco niente.”

Il problema è che non capiamo neanche la crisi economica, i figli, il nostro partner, e nemmeno capiamo totalmente noi stessi. Quindi non mi preoccupa che qualcuno non capisca il dialetto. Siamo troppo impegnati a capire tutto, quando invece dovremmo occuparci di comprendere, cioè di prendere con noi le esperienze e le persone con cui abbiamo un contatto. Come dicevo, siamo poco abituati all’ascolto.

E’ emozionato al fatto di essere stato anche tra i finalisti del Premio Fogazzaro sempre con “Dei pensieri la condensa”?

Sì, sono emozionato e orgoglioso. Sia per il prestigio dei giurati che per i nomi dei finalisti, di cui ho letto le poesie. Ho già detto che, per me, un premio non è lo scopo ultimo della scrittura, ma sicuramente fa piacere, dà soddisfazione ed è un modo per condividere un’attività spesso solitaria.

Lei si sente più scrittore o poeta, ci sono dei punti di incontro tra i due?

A dire il vero non mi sento né l’uno né l’altro. Le definizioni non mi piacciono. Lavorando anche in teatro come attore e come regista spesso mi sono trovato a dover rispondere a domande come questa sul ruolo che di volta in volta mi trovavo a ricoprire. All’inizio lo consideravo un problema perché non sapevo cosa rispondere, forse non so neanch’io, di fatto, che cosa sono. Penso che sia più un problema degli altri dare un’etichetta, che è sempre bidimensionale e raramente corrisponde la complessità di una persona. Io credo nel lavoro. Quando comincio un nuovo percorso, quando cerco di indagare un tema che mi interessa e mi riguarda ma non riesco a metterlo a fuoco pienamente, mi rivolgo ai linguaggi dell’arte che conosco e che ho studiato. A volte è la poesia, a volte il teatro, a volte la musica o i video. Quando ho trovato il linguaggio più funzionale alla ricerca penso solo a continuare a studiare, creare, e lavorare al meglio delle mie possibilità. Ma se dovessi scegliere un nome preferirei quello di artigiano o autore.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Nell’immediato sto lavorando ad uno spettacolo di musica e poesia sull’Orlando furioso di Ariosto per il cinquecentenario della prima edizione con il Sabir Ensemble, il gruppo di cui faccio parte insieme a tre musicisti straordinari a cui mi accomuna l’interesse e la passione per le tradizioni culturali, linguistiche e musicali dei diversi popoli. Nel frattempo sto preparando la nuova produzione teatrale con la compagnia Maliminori composta da attori detenuti nel carcere di Voghera.

Tengo un laboratorio di teatro a Porto Valtravaglia, vicino a Luino, con i ragazzi stranieri che cercano accoglienza nel nostro paese e uno di scrittura creativa con i ragazzi ospiti del Centro Diurno Disabili Arcobaleno di Cava Manara: questi lavori mi danno grande soddisfazione perché mi permettono di approfondire il potere delle parole e delle relazioni che scaturiscono da esse. Nel frattempo continuo le presentazioni del mio libro e, quando il tempo lo permette, cerco di migliorare i nuovi testi che ho scritto. È un periodo molto intenso ma sono contento perché ho sempre nuovi stimoli e mi sento molto fortunato a poter vivere con quello che amo fare.

Pubblicato su: www.labissa.com 

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