Carlo Sgorlon Le radici del Friuli

Originario del Friuli, nei suoi libri Carlo Sgorlon ha narrato la storia di una terra leggendaria, ricca di miti e racconti legati alla tradizione contadina, senza dimenticare le grandi tragedie che purtroppo nel corso dei secoli hanno colpito i friulani.

Carlo Sgorlon nacque il 26 luglio 1930 a Cassacco, a tredici chilometri da Udine, secondo dei cinque figli di Livia maestra elementare e Antonio sarto.

Di carattere tranquillo, Carlo non frequentò quasi per nulla le scuole elementari, amava passare le sue giornate nei giochi e nella cultura elementare dei contadini.

A Udine frequentò le prime classi della scuola media, con una straordinaria professoressa, Maria Ragni, che lo interessò alla poesia e dell’arte.

A diciotto anni vinse il concorso per entrare nella Scuola Normale Superiore di Pisa, tra gli studenti di lettere, per poi laurearsi con una tesi su Franz Kafka, cui si sentiva accumunato dal tema della ricerca religiosa.

Mentre lavorava come insegnante di lettere nelle scuole superiori, lo scrittore sposò Edda Agarinis, maestra elementare e negli stessi anni iniziò i suoi primi tentativi letterari, che culminarono ne Il vento nel vigneto del 1960, una storia d’intenso realismo lirico, pubblicato solo nel 1969.

Ne Il Vento nel vigneto si possono rilevare alcune caratteristiche dello scrittore, come l’amore per il mondo contadino, che già allora andava sparendo, sostituito dalla civiltà industriale, il prevalere dei sentimenti sopra le ideologie e la vocazione istintiva a una visione ecologica dell’esistenza, oltre al rapporto perfettamente armonico tra uomini, natura, stagioni, tempi cosmici.

Più tardi Sgorlon, affascinato dalle tematiche degli anni Sessanta, scrisse La poltrona e La notte del ragno mannaro, dal ritmo affannoso e nevrotico.

Fu solo con l’inizio degli anni Settanta che Sgorlon cominciò a conquistare la propria maturità di scrittore controcorrente, con La Luna color ametista (1970) storia di un gruppo di amici che vivono in un villaggio semiabbandonato, tagliato fuori dalla storia e dalle sue mutazioni, che incontrano un misterioso personaggio, Rabal, metafora della fantasia e del vitalismo.

Da allora Sgorlon non raccontò più storie di sofferte solitudini, ma sempre vicende corali, storie di famiglie, di paesi, di piccoli popoli, spesso sfortunati e tartassati dalla storia, a cominciare dal suo, quello friulano, poi storie di zingari, di ebrei, d’istriani, di cosacchi.

Nei suoi libri un protagonista c’è sempre, ma cerca di integrarsi nel collettivo, o è addirittura una guida, un modello, un punto di riferimento.

Il primo libro del nuovo periodo sgorloniano fu Il trono di legno, del 1973, che vinse il Premio Campiello, una favola contadina e avventurosa, a volte picaresca, con tonalità epiche e leggendarie, dove il protagonista, dopo la morte della madre, va alla ricerca delle sue origini e s’innamora di due donne, un’appassionata e simbolo della vita attiva, dissipatrice ed effimera, l’altra timida, simbolo della contemplazione, della tradizione e dell’intimità casalinga.

Con Regina di Saba del 1975 lo scrittore ritrovò i temi dell’amore duraturo e della donna eterna, legata a sentimenti che non si consumano, contro l’effimero consumistico, introdotto dalla cultura moderna.

Gli dei torneranno (1977) è la storia di un friulano avventuroso che ritorna in patria, riscopre le proprie radici e racconta la storia di un popolo, per un compito grandioso e sacrale al tempo stesso, mentre La carrozza di rame (1979), racconta novant’anni della vita di una famiglia contadina friulana attraverso cinque generazioni e termina con il tragico terremoto del 1976.

In La conchiglia di Anataj (Premio Supercampiello del 1983) lo scrittore racconta l’epopea dell’emigrazione friulana in Siberia, ai tempi della costruzione della prima ferrovia transiberiana.

L’armata dei fiumi perduti (Premio Strega 1985) narra una vicenda che alla fine della seconda guerra mondiale vide il tragico incontro-scontro tra il popolo friulano e quello cosacco, condotto in Friuli dai Tedeschi e alla ricerca di una nuova patria, mentre La foiba grande del 1992 racconta le terribili vicende dell’Istria e della sua gente dal 1939 al 1947.

I libri di Sgorlon sono un corpus epico che il Friuli non aveva mai posseduto, tra le tante invasioni subite, le grandi sventure, come il terremoto e il Vajont, le guerre mondiali, le emigrazioni in ogni lato del pianeta, gli echi degli avvenimenti più remoti, le risonanze d’infinite leggende.

Ma ci sono anche i momenti quotidiani, a volte aspri e densi di sapori, della civiltà contadina, con le sue superstizioni e la visione magica e religiosa del mondo, oltre ai rapporti con i popoli vicini, gli austriaci, i tedeschi, gli sloveni e le minoranze slave e tedescofone, che vivono in Friuli, terra di frontiera, di complessi rapporti etnici con le popolazioni confinanti e con le minoranze etniche, che fanno di essa una regione esemplare ed esponenziale nella Mitteleuropa contadina.

Carlo Sgorlon morì il giorno di Natale del 2009 ed è sepolto nel cimitero di Raspano, frazione del suo comune natale che, nel 2011, gli ha dedicato il concorso fotografico intitolato Lo sguardo di Carlo.

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