Breme, in Lomellina. Tra monaci, risaie e cipolle

Una mattina di un caldissimo agosto, tra le risaie della Lomellina, in provincia di Pavia, sono andata alla scoperta di Breme, che con la sua abbazia custodisce ancora oggi i segreti di una storia millenaria, che parte dai monaci medievali e finisce con l’annessione al Regno d’Italia.

Il nome di Breme proviene dal latino Bremis o Remetum, ma alcuni storici sostengono possa essere una derivazione del nome di Bremo, capo dei Galli, oppure di Brema, città della Bassa Sassonia.

Il primo documento sul piccolo borgo lomellino è un diploma del re Ugo, firmato a Pavia il 24 luglio 929, che confermava le donazioni fatte dal marchese Adalberto d’Ivrea, padre di Berengario II Re d’Italia, ai monaci dell’abbazia di Novalesa, tra cui le corti di Breme e di Pollicino.

Nello stesso anno iniziò la costruzione dell’abbazia per opera dei frati benedettini.

La storia dell’abbazia benedettina di Breme ha un forte legame con quella dell’abbazia di Novalesa, in Val di Susa, collocata sulle pendici del Moncenisio, usata per il controllo dell’importante strada che collegava i regni dei Franchi e dei Longobardi.

Questa, fondata nel 726, era, dopo pochi anni, una delle abbazie più celebri d’Europa, centro di vita religiosa e spirituale, ma anche punto di riferimento culturale, tanto che la fama del suo scriptorium e della sua biblioteca valicò le Alpi e il monastero venne posto sotto la protezione di Carlo Magno.

All’inizio del X secolo Novalesa era in pericolo dal momento che, dalle loro sedi in Provenza, i saraceni stavano arrivando al di qua delle Alpi, portando ovunque saccheggio e distruzione.

Donniverto, ultimo abate dell’abbazia di Novalesa e primo di quella di Breme, prese la decisione di fuggire a Torino con i suoi monaci, portando con sé gli arredi sacri, gli oggetti preziosi e parte della biblioteca.

Arrivati a Torino, si rifugiarono sotto la protezione del marchese Adalberto che regalò loro alcuni possedimenti, tra cui Breme.

Nel 929 iniziò la costruzione dell’abbazia, e venne fondato l’Ordine Monastico dei Bremetensi, mentre nel 973 Papa Giovanni XIII confermò l’abbazia dedicata a San Pietro, che divenne il centro del potente Ordine Bremetense, con privilegi e possedimenti in tutto il Piemonte.

I monaci di Breme, nel 1543, si unirono agli Olivetani, che fecero erigere il campanile e, sulle rovine dell’antica fortezza, edificarono il nuovo monastero.

L’Abbazia Bremetense fu soppressa nel 1784 da Vittorio Emanuele I, i beni passarono nelle mani dello stato e i monaci Olivetani si trasferirono a Novara, presso il convento di Santa Maria delle Grazie.

Politicamente Breme fu un feudo dei Visconti di Milano, quindi degli Arborio di Gattinara e successivamente venne ampliato da Mercurino, gran cancelliere di Carlo V, che comprò vaste terre limitrofe.

Nel 1164 Federico Barbarossa donò l’Abbazia e il feudo di Breme al marchese di Monferrato, Guglielmo V.

In seguito Breme fu al centro dello scontro tra Pavia e Milano, e l’antica rocca subì danni gravissimi.

Nel 1635 i duchi sabaudi e il maresciallo francese De Crequì fecero costruire una fortezza a forma pentagonale a due porte, dopo aver demolito alcune abitazioni e gran parte del convento di San Pietro.

La fortezza, dopo essere stata al centro di molte battaglie e lotte furibonde di predominio, fu conquistata dagli spagnoli, che, per non fornire al nemico una base sicura dopo la conquista, decisero di distruggerla.

Dopo l’arrivo dei Savoia, la storia di Breme è prima quella del Regno di Sardegna e dal 1861 quella dell’Italia unita.

Oggi la sua fama è legata in particolare all’antica e famosa Abbazia di San Pietro, attualmente sede del Municipio, che nel Medioevo ebbe una grande influenza nel contesto politico e religioso, occupando il terzo posto fra le abbazie più importanti d’Europa.

Il complesso attuale risale al Seicento, con un bel chiostro e un locale sotterraneo, prima adibito a cucina, visitabile negli orari di apertura degli uffici comunali, oppure tramite prenotazione.

L’unica parte rimasta dell’antica Abbazia è la Cripta del X-XI secolo, la più antica della Lomellina, collocata sotto il presbiterio dell’antica Chiesa, di cui rimane solo un muro perimetrale e la parte esterna dell’abside.

La pianta della cripta è rettangolare divisa in tre navatelle, separate da colonne di marmo per le prime tre arcate e da pilastri in laterizio, mentre i muri perimetrali sono in materiale misto, con laterizi e ciottoli di fiume.

Da vedere è anche la chiesa parrocchiale di Santa Maria del XII-XIII secolo, in passato sede dei monaci benedettini, con una facciata a capanna rialzata in epoca successiva, come si può osservare dal diverso tipo di disposizione dei mattoni.

La chiesa presenta sul perimetro esterno una caratteristica decorazione a denti di sega, tipica dell’architettura romanica di questa zona, oltre a un campanile in muratura.

Annesso alla chiesa, si trova il Battistero, notevole per la sua struttura architettonica, l’edificio ha nella parte alta della sua pianta circolare una serie di lesene allacciate da archetti pensili binati, in una successione regolare e armoniosa.

Il Battistero risale al X secolo, mentre la sua pianta risalirebbe al VI secolo, dimostrando punti di contatto tra le concezioni pagane e quelle cristiane, come conferma il ritrovamento di cocci lapidari dell’epoca imperiale incastonati nella muratura della pieve.

Del Castello di Breme oggi rimangono il Corpo di Guardia, cioè il portico sulla piazza principale, con un pilastro centrale in cui è murata una lapide con inciso lo stemma di Breme e la legenda Comunitas Bremide, e un edificio ritenuto l’abitazione dei governatori del forte.

Attorno all’abitato sono visibili alcune vestigia delle poderose mura e della mezzaluna, oltre a un grande campo quadrato, detto piazza d’armi, che era parte della fortezza, il cui disegno oggi è conservato nell’archivio dei marchesi di Breme, a Sartirana.

Tra Breme e Candia, vicino alla tenuta Rinalda, si trova uno dei più antichi santuari mariani della Lomellina, Santa Maria di Pollicino, edificato nel X-XI secolo, con pianta rettangolare a navata unica, abside semicircolare e facciata a capanna.

Il santuario è molto simile alla cappella di San Eldrado a Novalesa, facendo supporre che siano stati progettati dallo stesso architetto ed è citato in un documento del 992 di Ottone III, dove ne viene confermata la custodia ai monaci bremetensi.

Questo borgo ci racconta davvero tanta storia, religiosa, politica e anche culinaria. Non dobbiamo dimenticare che Breme è l’indiscutibile patria della “Dolcissima”, la cipolla rossa.

Pubblicato su: http://www.labissa.com 

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