GIANNI BRERA, OVVERO UNA CLASSICA STORIA DI FIUME

“Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po”.

Giovanni Luigi Brera detto Gianni, uno dei nomi più importanti del giornalismo nostrano, nacque dal barbiere Carlo e da Marietta Ghisoni, l’8 settembre del 1919 in quel di San Zenone Po, cioè al classico tiro di schioppo da dove l’Olona, si getta nel Po, in quel di Portalbera.

E il Brera prima di sentirsi profondamente lombardo, si sentiva olonate con uno stretto e forte legame con il fiume, condiviso con un altro grande raccontatore del grande fiume, Giovanni Guareschi.
San Zenone Po, un paesino all’incrocio di due fiumi, nella bassa pavese al confine con l’Emilia, sconosciuto ai più ma ricco di talenti: è infatti dello stesso luogo, anche Gualtiero Marchesi, uno degli chef più famosi al mondo.

Gianni Brera lasciò il paese natale a quattordici anni per trasferirsi a Milano presso la sorella Alice e iscriversi al liceo scientifico, giocò a calcio in una delle squadre giovanili che facevano capo al Milan, il “G.C. Giosuè Carducci” di Milano, dove, sotto la guida dall’allenatore Renato Rossi, vinse nel 1935 il Torneo Baravaglio organizzato dal Guerin Sportivo a Torino. Pur continuando a giocare, il sedicenne Brera iniziò a scrivere piccoli articoli a commento del campionato della Sezione Propaganda per il settimanale milanese “Lo schermo sportivo”.

La forte e crescente passione calcistica, lo portava a trascurare gli studi, così il padre e la sorella gli imposero di smettere di giocare e di spostarsi a Pavia, dove terminò il liceo e s’iscrisse all’Università (Scienze Politiche). Nel frattempo scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e Giuanin fu costretto a partire soldato, diventando prima ufficiale e poi paracadutista, scrivendo in questa veste alcuni memorabili articoli per diversi giornali di provincia.

La sua bravura non passò inosservata, venne chiamato per alcune collaborazioni giornalistiche al Popolo d’Italia e al Resto del Carlino, testate decisamente importanti anche se controllate dal regime fascista. Durante quel periodo, circa due anni, vennero a mancare i suoi genitori, ma nonostante ciò Gianni si laureò, con una tesi su Tommaso Moro, e in seguito si sposò.

In seguito partì per la capitale per assumere il ruolo di redattore capo di Folgore, la rivista ufficiale dei paracadutisti.
Intanto, in Italia gli oppositori del regime andavano organizzandosi sempre meglio, qualche esponente della resistenza contattò anche Brera che, dopo non poche esitazioni, decise di collaborare.

A Milano partecipò con il fratello Franco alla sparatoria della stazione Centrale, uno dei primi atti di resistenza contro i tedeschi. Insieme catturarono un soldato della Wehrmacht, e lo consegnarono ad altri estemporanei ribelli.  Seguì qualche mese di clandestinità. Brera si nascose, a Milano presso la suocera, a Valbrona dalla cognata; dopo un po’ ricomparve partecipando attivamente alla lotta partigiana in Val d’Ossola. Organizzò un piano per sventare un attentato al traforo del Sempione. In seguito si vantò sempre di non aver mai sparato a un uomo per tutta la durata della seconda Guerra mondiale.
Il 2 luglio del ’45, a guerra finita, riprese l’attività di giornalista per la Gazzetta dello Sport, dopo la soppressione del giornale da parte del regime fascista, avvenuta due anni prima. Il suo è arrivo fu fortemente voluto dallo storico direttore Bruno Roghi. In pochi giorni cominciò a organizzare il Giro d’Italia di ciclismo, che avrebbe preso l’avvio nel maggio successivo.

Nel 1949, dopo essere stato corrispondente da Parigi e inviato per la Gazzetta alle Olimpiadi di Londra del ‘48, fu nominato, a soli trent’anni, condirettore del giornale assieme a Giuseppe Ambrosini. Ma nel 1954, dopo aver scritto un articolo poco compiacente sulla regina britannica Elisabetta II, provocando una polemica, Gianni Brera si dimise, con una decisione irrevocabile, dalla ‘rosa’.

Lasciata la Gazzetta, Brera compì un viaggio negli Stati Uniti e al suo ritorno fondò un settimanale sportivo, Sport giallo. Di lì a poco Gaetano Baldacci lo chiamò a “Il Giorno”, il giornale appena creato da Enrico Mattei, uno dei fautori del miracolo italiano negli anni 50/60, per assumere la direzione dei servizi sportivi. Iniziava un’avventura che avrebbe cambiato il giornalismo italiano. Il Giorno si distinse subito per l’anticonformismo, non solo politico. Nuovi erano infatti lo stile e il linguaggio, più vicini al parlare quotidiano, e l’attenzione dedicata ai fatti di costume, al cinema, alla televisione. Grande, inoltre, lo spazio dedicato allo sport.

Brera qui mise a punto il suo stile e il suo linguaggio. Mentre l’italiano comune oscillava ancora tra un linguaggio formale e l’emarginazione dialettale, egli si serviva di tutte le risorse della lingua, allontanandosi al tempo stesso dai modelli paludati e dalle forme più banalmente usuali, e ricorrendo in più a una straordinaria inventiva. Tale era la sua fantasiosa prosa che è rimasta famosa la dichiarazione di Umberto Eco, che definì Brera come un “Gadda spiegato al popolo”. Brera fu conteso perché scriveva tanto, cinque cartelle l’ora era la sua media, e perché scriveva bene, uno dei pochi giornalisti studiato dagli epigoni per l’uso dei settenari doppi.

Per “Il Giorno”, Brera seguì le grandi corse ciclistiche, il Tour de France e il Giro d’Italia, prima di dedicarsi completamente al calcio, senza smettere però di amare profondamente il ciclismo, su cui ha scritto, tra l’altro, “Addio bicicletta” e “Coppi e il diavolo”, stupenda biografia del “Campionissimo” Fausto Coppi, del quale fu amico fraterno.

Nel 1976 tornò come editorialista alla Gazzetta dello sport. Intanto, continuava a curare sul Guerin Sportivo la rubrica “Arcimatto” (il cui titolo sembra fosse ispirato all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam), mai interrotta e mantenuta fino alla fine. Qui Brera scriveva non solo di sport, ma anche su temi di storia, letteratura, arte, caccia e pesca, gastronomia. Scrisse con l’amico e gastronomo Luigi Veronelli “La pacciada”. Mangiarebere in pianura padana, un monumentale lavoro che analizza la cucina e le abitudini contadine di un tempo nella Pianura Padana. Anzi, come rispolverò lui, Padania, per indicare la Pianura padana e il Nord Italia in generale.

Ribadiva che il ragù d’oca della sua Bassa era il miglior cibo del mondo, altro che quello degli chef stellati dei grandi ristoranti d’Oltralpe. Ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue colline pavesi).

Chiusa la parentesi di editorialista alla Gazzetta, il giornalista di San Zenone Po fu di nuovo al “Giorno” e passò poi, nel ‘79, al Giornale, fondato da Indro Montanelli, dopo la sua fuoruscita dal Corriere della Sera.

Nell’82 fu chiamato da Eugenio Scalfari a La Repubblica. Precedentemente, comunque, aveva iniziato anche una collaborazione saltuaria e poi fissa, alla trasmissione televisiva “Il processo del lunedì”, condotta da Aldo Biscardi. Moltissime in seguito sono state le apparizioni televisive di Brera, come ospite e opinionista in programmi sportivi, e perfino come conduttore sull’emittente privata Telelombardia.

Prima dei Mondiali di calcio del 1982 in Spagna, dichiarò che se l’Italia di Enzo Bearzot avesse vinto il titolo, si sarebbe recato a piedi in un santuario di devozione mariana che si trovava in un paese a pochi chilometri da Milano, dove abitava. Non era passato un mese dal trionfo del Bernabeu che Brera, si fece fotografare in abito penitenziale e scalzo mentre attraversava il sagrato del santuario.

Disse no a Paolo Mieli che, da direttore del Corriere della Sera, si vide rigettare l’offerta di diventare giornalista sportivo di punta in via Solferino. Era l’inizio del dicembre 1992 e, per sua stessa ammissione, Brera si sentiva ormai un po’ stanco. Quello fu l’ultimo “no” della sua vita: qualche giorno dopo il 19 dicembre 1992, al ritorno dalla rituale cena del giovedì, immancabile appuntamento con il gruppo dei suoi amici, sulla strada tra Codogno e Casalpusterlengo, il grande giornalista perse la vita in un incidente. Aveva 73 anni.

Brera rimane indimenticabile per molte cose, una delle quali è la sua nota, la sua teoria “biostorica”, per cui le caratteristiche sportive di un popolo dipendevano dall’etnos, cioè dal retroterra economico, culturale, storico. Così i nordici erano per definizione grintosi e portati all’attacco, i mediterranei gracili e quindi costretti a ricorrere all’arguzia tattica.

Inoltre, è quasi impossibile elencare tutti i neologismi entrati nel linguaggio comune, tuttora in uso presso redazioni e bar sport: la palla-gol, il centrocampista (nome di conio elementare ma cui nessuno aveva mai pensato), il cursore, il forcing, la goleada, il goleador, il libero (proprio così, il nome al ruolo l’ha inventato lui), la melina, l’incornata, il disimpegno, la pretattica, la rifinitura, l’atipico… Celebri anche i nomi di battaglia che appioppò a molti protagonisti del calcio italiano. L’amico dell’adolescenza Giuseppe Bonizzoni (calciatore e allenatore), con cui “tirava” al pallone sul campo di Lambrate, divenne Cina, per via degli occhi a mandorla, “el cinès”. Rivera fu ribattezzato “Abatino”, Riva “Rombo di tuono”, Altafini “Conileone”, Boninsegna “Bonimba”, Causio “Barone”, Oriali “Piper” (e quando giocava male “Gazzosino”), Pulici “Puliciclone”, e così via.

Giuanin Brera, è stato anche un discreto autore letterario. Come l’altro uomo di fiume Guareschi, tutta la sua scrittura deriva per ispirazione dalla terra d’origine: le pianure della campagna pavese, nebbiose d’inverno ma con il sole a picco d’estate. La “Trilogia di Pianariva” è l’opera principe di questo lombardo, che trae il nome da un paesino di fantasia accostabile al borgo natio. Ed è qui che si giocano le sorti di un popolo semplice, che cerca di sbarcare il lunario, nella massacrata Italia del primo dopoguerra.

Poi è la volta de “Il corpo della ragassa” del 1969, con cui si apre la trilogia, una sorta di “My fair lady” in salsa padana. Tirisin è una bella ragazza, circuita dal potente prof. Ulderico Quadrio in cambio di un posto nella società che conta. Ma con le sue doti seduttive, la piccola Teresa saprà tenere al guinzaglio Ulderico, invertendo il rapporto di sottomissione. Racconto da cui ne venne tratto anche un film alla fine degli anni 70, per la regia di Pasquale Festa Campanile con Lilli Carati ed Enrico Maria Salerno.

Non meno sanguigno è il secondo volume, “Il mio vescovo e le animalesse”. Tra il Po e l’Olona si trova un sinistro podere, la Speziana, dove il Male ha preso residenza. Il vescovo Rovati dovrà fronteggiare la pioggia di perversioni e di sacrilegi che la potenza distruttiva del demonio emana. Per concludere, “La ballata del pugile suonato”. Claudio Orsini e la sua lotta a colpi di ganci e diritti in una bassa pavese dove si incrociano fascisti e partigiani.

Oggi come oggi il suo nome è tenuto vivo da siti Internet, premi letterari e giornalistici. Inoltre, la gloriosa Arena di Milano è stata ribattezzata come “Arena Gianni Brera”.

“Frequentando le scuole, ho preso per inconscio narcisismo ad amare i luoghi dove sono nato e a farmi un vanto di avere la casta Olona come madre e il grande Po come padre.”

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