Birre e birrifici insubri in grande spolvero. Il punto sulla crescita del settore

A Firenze nei giorni scorsi al teatro Obi Hall è stato proclamato il migliore produttore italiano di birra, un premio ormai giunto alla sua ottava edizione, ideato e organizzato dal network Fermento Birra, che premia eccellenza e costanza qualitativa dimostrata nel corso dell’anno solare appena concluso.

Una scelta arrivata al termine di una votazione che ha visto coinvolti più di cento giudici che hanno vagliato oltre un migliaio di birrifici e micro – birrifici che producono birra artigianale. Un segmento alimentare in forte aumento nell’ultimo decennio e in crescita esponenziale nell’ultimo lustro, nato una ventina di anni fa da una manciata di appassionati pionieri, cresciuti con il fenomeno dell’homebrewing, l’hobby di fare la birra in casa, con viaggi studio all’estero, in particolare in Belgio e Germania.

Eletto vincitore per il 2016 il medese di nascita, ma cresciuto a Seregno, Marco Valeriani, classe 1981, ideatore del birrificio Hammer di Villa d’Adda. Già in passato premiato diverse volte quando era alla guida del birrificio “Menaresta” di Carate Brianza, dove aveva già creato birre artigianali di fama come la “Verguenza” e la “Due di picche”.

In realtà a Firenze si è decretato un vero proprio successone insubre, perchè i primi sei posti in classifica sono tutti occupati da birrifici che hanno tutti la stessa provenienza.

Infatti, al secondo posto troviamo Emanuele Longo del Birrificio Lariano di Sirone (Lc), dal 2008 sempre al top nel settore, da anni presente nella particolare guida Slow Food.

Ai suoi prodotti consegna dei nomi fortemente identitari come La Breva, La Grigna, Umbrìa o Biunda. E che dal 2012 distribuisce anche la Var in omaggio di Varese. Var in celtico significa acqua di cui è ricco il territorio, ed è la radice cui si fa risalire il nome della città. Nel logo è rivisto in chiave moderna lo stile liberty che contraddistingue il territorio.

Tornando ai premiati, l’eccezione dell’uscita dall’area classica insubre prealpina è data dal terzo gradino del podio, che è occupato da Alessio Gatti del birrificio Canediguerra di Alessandria.

Al quarto posto troviamo Agostino Arioli del Birrificio Italiano di Limido Comasco, con pub a Lurago Marinone. Per lui una laurea in Scienze Agrarie e creatore di uno dei primi birrifici artigianali in assoluto nel 1996. Da anni sempre ai massimi livelli, lo scorso anno al terzo posto in questa speciale classifica.

Quinta piazza per Luigi “Schigi” D’Amelio del Birrificio Extraomnes di Marnate (Va), nato solo nel 2010 e che si era già aggiudicato il titolo di birraio dell’anno nel 2013.

Il birrificio fa capo a El Mundo, azienda di caffè del varesotto, ma è a tutti gli effetti una creatura dello scoppiettante Luigi D’Amelio, affiancato da Stefano Zandalini e Stefano Celora.

Autodidatta, che si è affinato via via con i corsi per sommelier Ais e Onav e soprattutto con le lezioni di Luigi Veronelli nei primi anni ’90 e poi attraverso i suoi numerosi viaggi in Belgio.

Completa il sestetto dei magnifici sei birrifici insubri, Pietro Fontana del Carrobiolo di Monza. Altro che in quanto a premi non scherza, con ben quattro produzioni segnalate nella Guida alle Birre d’Italia 2015 edita da Slow Food e con la nomina per tre anni (2012, 2015, 2016) al premio Birraio dell’anno. E rispetto allo scorso anno guadagna anche una posizione.

Una storia particolare la sua dopo gli studi in pedagogia nel 2008 ha iniziato a produrre birra, quasi per scherzo, nella storica sede dei Barnabiti di Monza, il cinquecentesco Convento del Carrobiolo, affiancandolo all’attività di educatore in un centro diurno per adolescenti disagiati.

Tutto questo coinvolgendo negli anni alcuni di questi ragazzi nel suo progetto, giovani che tuttora lavorano con lui nella nuova sede di Piazza Indipendenza.

Il successo dei birrifici insubri è confermato anche dalla presenza di altri quattro nei primi 18 posti della classifica, tra cui il Birrificio di Lambrate, che lo scorso anno si piazzò al primo posto. Anche questi pionieri del movimento delle birre artigianali, lo scorso anno hanno fatto registrare i vent’anni di attività. Anche qua troviamo nomi fortemente identitari come Sant’Ambroeus, Domm, Ghisa, Montestella, Ortiga, Ligera, Gaina.

Un rapporto con la birra che è veramente profondo e radicato nel territorio insubre, praticamente da sempre.

La sua produzione e il suo utilizzo erano notissimi presso i Celti, che ne fecero la loro bevanda preferita. Furono i primi a introdurre le pietre riscaldate per la cottura dei cereali e inventarono le botti per un più lungo periodo di conservazione, aromatizzandola con anice, assenzio e altre erbe. E i Celti chiamavano la loro bevanda fermentata in diversi modi a secondo di cosa usavano, era denominata cervisia, cervogia, cerea, camun, alica, korma. Il tutto attestato da epigrafi e numerose fonti scritte con testimonianze di autori greci e romani come Posidonio, Strabone e Plinio e anche da ritrovamenti archeologici importanti come quello di Pombia (No), sulle rive del Ticino, in un’area che rientra nella cultura golasecchiana.

In località Quara, venne alla luce una tomba contenente, tra gli altri elementi, un bicchiere sul cui fondo era presente una sostanza organica di colore rossastro. Alle analisi effettuate presso il Museo Giovio di Como, risultò poi essere il residuo di una bevanda fermentata ottenuta da cereali, come orzo, ma anche avena, grano e, in quantità minima, segale contenente anche tracce di luppolo.

Un ritrovamento che attesta per la prima volta in ambito europeo l’utilizzo del luppolo, molto probabilmente raccolto allo stato selvatico, nella fabbricazione della birra. In base a queste scoperte nel 2007 all’università dell’Insubria e al Museo Giovio di Como, venne assegnato uno studio nazionale sull’antica birra, che ha portato benefici economici con l’istituzione di una borsa di studio biennale per studi sulla bevanda, dando poi una spinta importante allo sviluppo della birra artigianale e dei microbirrifici.

Una tradizione quella della birra, che esplose poi su larga scala con la rivoluzione industriale nell’800, quando sotto il Regno Lombardo-Veneto, i maestri birrari austro-boemi, furono invogliati ad aprire le loro fabbriche e laboratori in Insubria, grazie al facile approvvigionamento di acqua di qualità, all’aria buona, al facile reperimento di diversi cereali, ma anche grazie ai noti crotti e le “giazere” straordinari frigoriferi naturali per la maturazione e la conservazione della birra. Alcuni di quei birrifici hanno fatto veramente la storia e sono noti se non attivi ancora adesso, come Spluga a Chiavenna, Peroni di Vigevano e Poretti a Varese.

Particolare proprio la storia di Angelo Poretti da Vedano Olona, fondatore dell’omonimo birrificio, che viaggiò a metà dell’800 per Austria, Germania e Boemia, da cui tornò con una moglie Franziska Peterzilka e la voglia di produrre la bevanda, sfruttando le qualità dalla fonte della Valganna nota come “fontana degli ammalati”.

Una pagina importante è stata scritta dall’Università della Birra di Azzate, fondata nel 1997 ad opera del prof. Franco Re, giornalista ed esperto del settore birrario in tutte le sue sfaccettature.

La creazione della scuola fu un forte input per la divulgazione della birra artigianale e di tutti i birrifici e micro, attuali. Nel 2012 Re scomparse improvvisamente e pochi mesi dopo la sua creatura venne chiusa ma rivide la luce per mano dei suoi collaboratori con il nome di Unibirra a Calcinate del Pesce.

Tra i birrifici insubri che meritano una menzione quello del Bi-du nato nel 2002 a Rodero ora in quel di Olgiate Comasco. L’Orso Verde di Cesare Gualdoni a Busto Arsizio, fondato nel 2004, il Doppio Malto a Erba.

La Coldiretti, conferma che in Lombardia sono in aumento le aziende che decidono di scommettere su questa bevanda: si va da quella aromatizzata ai mirtilli a quella alla canapa, al sorgo rosso, al mais fino a quella prodotta con un processo che dura più di 80 giorni.

A sostenere la produzione lombarda di birra sono le coltivazioni di orzo, con la superficie complessiva che sta aumentando in media di oltre 100 ettari al mese, ora sono oltre i 23 mila, così distribuiti: 4.363 in provincia di Mantova, 3.733 in provincia di Cremona, 3.450 nel Pavese, 3.187 nel Bresciano, 2.640 in provincia di Milano, 2.548 nella Bergamasca, 2.266 nel Lodigiano, 389 ettari in provincia di Monza e Brianza, 169 in provincia di Como, 125 a Varese, 87 a Lecco e 3 ettari a Sondrio.

A puntare sulla filiera corta oppure come si dice a km0, c’è anche chi sta provando a puntare sulle birre a base di riso, sfruttando quanto si trova in quantità tra pavese e novarese.

Pubblicato su: www.labissa.com 

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