Ignazio Silone, un abruzzese in Svizzera

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli, è stato uno degli scrittori italiani più conosciuti e letti.

Nato a Pescina, nel cuore dell’Abruzzo montano, il 1 maggio 1900, secondogenito di Paolo, piccolo proprietario terriero, e di Marianna Delli Quadri, tessitrice.

Ignazio visse l’infanzia nel paese natale abruzzese di Pescina, nella Marsica, per poi, dopo la morte del padre, iniziare gli studi ginnasiali nel locale seminario diocesano.

Il 13 gennaio 1915 la Marsica fu rasa al suolo dallo spaventoso terremoto di Avezzano, quando morirono sotto le macerie, la madre di Silone e molti dei suoi fratelli, mentre Secondino si salvò con il fratello Romolo, il più piccolo della famiglia.

Grazie a Don Luigi Orione, che si era molto prodigato per gli orfani del terremoto, Silone e il suo amico Mauro Amiconi poterono continuare gli studi presso un collegio di Sanremo.

Così Silone ricorderà anni dopo l’incontro con Don Orione “Benché Don Orione fosse allora già inoltrato nella quarantina e, io un ragazzo di sedici anni, a un certo momento mi avvidi di un fatto straordinario, era scomparsa tra noi ogni differenza di età. Egli cominciò a parlare con me di questioni gravi, non di questioni indiscrete o personali, no, ma di questioni importanti in generale, di cui, a torto, gli adulti non usano discutere con noi ragazzi, oppure vi accennano con tono falso e didattico. Egli mi parlava, invece, con naturalezza e semplicità, come non avevo ancora conosciuto l’eguale, mi poneva delle domande, mi pregava di spiegargli certe cose e induceva anche me a rispondergli con naturalezza e semplicità senza che mi costasse alcuno sforzo”.

L’anno successivo da Sanremo fu trasferito nel collegio San Prospero di Reggio Calabria, anch’esso gestito da Don Orione.

Durante i suoi frequenti ritorni a Pescina, il ragazzo iniziò a interessarsi alle vicende del paese, la cui popolazione era afflitta da problemi sociali, accentuatisi nel post-terremoto, diventando così il paladino delle ingiustizie patite dagli abruzzesi.

Alla fine del 1917 Silone arrivò a Roma, dove s’iscrisse all’Unione Giovanile Socialista, aderendo alle idee propugnate durante la Conferenza di Zimmerwald.

Il 15 gennaio 1921 fu uno degli oratori, a nome dei giovani socialisti, presenti al XVII Congresso del partito che si tenne al Teatro Goldoni di Livorno, che sancì la spaccatura del partito e la convocazione del congresso costitutivo del Partito Comunista d’Italia.

Nel 1922, mentre lavorava come giornalista a Trieste, Silone venne arrestato per le sue simpatie comuniste, per poi essere scarcerato all’inizio del 1923.

Lo scrittore visse per alcuni mesi tra Berlino e Parigi, ma poi all’inizio del 1925 tornò in Italia, dove condusse una vita ritirata nella sua Pescina, oltre ad avvicinarci alle posizioni filo-moscovite di Gramsci.

Sempre più amareggiato dalla piega presa del partito e sconvolto dalla morte del fratello Romolo, avvenuta nel 1932 mentre era incarcerato con l’accusa di aver compiuto un attentato contro Vittorio Emanuele III, Silone prese le distanze dai compagni di lotta e il 4 luglio 1931, mentre si trovava nel sanatorio di Davos, ricevette la notizia della sua espulsione dal partito comunista.

Ormai privo di mezzi di sostentamento e braccato dal fascismo, Silone, tra Davos e Ascona, scrisse il suo capolavoro Fontamara, un romanzo ambientato in un immaginario paesino dell’Abruzzo, sulla lotta dei contadini locali contro i potenti per un corso d’acqua deviato che irrigava le loro campagne.

Nel 1933 lo scrittore si trasferì a Zurigo, dove entrò in contatto con l’ambiente culturalmente vivace che la città offriva, grazie alla presenza di numerosi rifugiati politici tra cui erano importanti artisti, intellettuali, letterati.

Nel periodo del suo soggiorno zurighese Silone fu molto attivo sul fronte culturale collaborando anche a una piccola casa editrice, Le nuove Edizioni di Capolago, oltre ad avere un’intensa relazione con la scrittrice e psicanalista Aline Valangin che lo aiutò per la pubblicazione del suo romanzo.

Nel 1934 usci Il Fascismo. Origini e sviluppo e nel 1936 il romanzo Pane e vino, con protagonista il comunista Pietro Spina, che rientra in Italia per scatenare la sollevazione dei contadini marsicani contro i fascisti.

Dopo un mandato di cattura con richiesta di estradizione al governo elvetico arrivato dall’Italia, non andato a buon fine per il diniego svizzero che impose allo scrittore solo un divieto di esercitare propaganda politica, Silone entrò a parte del Centro Estero del Partito Socialista, diventandone segretario col nome di Sormani.

Nel 1941 uscì in lingua tedesca Il seme sotto la neve, seguito naturale di Pane e vino, mentre lo scrittore conobbe Darina Laracy, giovane corrispondente irlandese del New York Herald Tribune, che divenne la sua compagna fino alla morte.

Il 13 ottobre 1944 Silone tornò in Italia, dopo anni di esilio, per continuare la sua attività culturale anche in Italia, prendendo posizione contro l’antifascismo di facciata e manifestando la sua contrarietà a ogni epurazione.

Lo scrittore prese parte alla lunga lotta all’interno del Partito Socialista, muovendosi sul piano della contestazione alla linea affine al PCI, oltre a proporre rivoluzionarie posizioni di apertura verso la Chiesa.

Nel 1951 usci Una manciata di more, atto d’accusa al mondo comunista, che per Silone era stato fagocitato nell’orbita sovietica, perdendo ogni contatto con i problemi reali della classe operaia.

Due anni dopo, in un clima politico ricco di un dibattito interno e internazionale piuttosto rovente, Silone fu convinto da Giuseppe Saragat a candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del PSDI, ricavandone solo 320 voti nella sua Pescina, per poi prendere la decisione di allontanarsi definitivamente dalla politica attiva.

Spunti autobiografici e ambientazione sempre in Abruzzo caratterizzarono il nuovo romanzo dello scrittore che usci nel 1956, Il segreto di Luca, con l’aggiunta di una storia d’amore, tematica che era sembrata estranea alla produzione letteraria dell’ex-esule.

Nel maggio del 1960 fu pubblicato La volpe e le camelie, romanzo non tra i più noti di Silone, ma che vendette oltre 70.000 copie.

Dopo l’uscita della terza edizione de Il seme sotto la neve, nel 1962 lo scrittore iniziò una collaborazione con Il Resto del Carlino e l’anno dopo divenne l’addetto culturale dell’ambasciata statunitense a Roma.

Nel 1965 usci Uscita di sicurezza, saggio che iniziò a dare a Silone i primi reali riconoscimenti della critica italiana.

Ma la consacrazione definitiva arrivò nel 1968, quando uscì L’avventura di un povero cristiano, il suo ultimo libro pubblicato in vita, che racconta la vicenda di Celestino V, il papa del gran rifiuto dantesco.

L’avventura di un povero cristiano fu un successo editoriale e di critica e Silone vinse nel maggio del 1968, a Udine, il Premio Moretti d’Oro e il 3 settembre gli fu conferito a Venezia il Super Campiello.

Dal 1972, a causa di problemi di salute, lo scrittore non uscì più dalla casa di via Villa Ricotti a Roma, dove viveva con la moglie Darina, ma continuò a partecipare a dibattiti intellettuali e a scrivere e nel 1974 uscì su Oggi e domani, rivista pescarese, il suo racconto Vita e morte di un uomo semplice.

Nel 1977, dopo essere colpito da un’altra grave crisi, Silone iniziò a scrivere il suo nuovo romanzo, Severina, su una ragazza orfana allevata in un convento che assiste a un corteo operaio in cui viene ucciso un manifestante, per poi lasciare il convento alla ricerca di se stessa.

Ma lo scrittore non riuscì a completare il romanzo, infatti, il 22 agosto 1978 Ignazio Silone morì nella clinica Florissant di Ginevra.

Oggi le ceneri dello scrittore abruzzese si trovano nel luogo dove lui stesso aveva detto che voleva essere sepolto “Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in lontananza”.

Pubblicato su: www.labissa.com 

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